Interviste oniriche #78 Claudio Massimo

 

Ci sono sogni che cambiano completamente la nostra percezione delle cose, senza possibilità di ritorno.

Il giorno prima eri in un modo, il giorno dopo hai una consapevolezza diversa.

Talvolta sembrano avvisarci di qualcosa.

E’ capitato al mio ospite di oggi e ne abbiamo approfittato per parlare di tante altre cose, anche di quello che si trova nei nostri abissi.

Claudio Massimo, signore e signori!

 

 

Raccontaci il tuo sogno.

 

Tutto ebbe inizio all’età di undici anni, quando feci il primo sogno che cambiò il mio rapporto con il mare. Mi trovavo al largo con un ragazzino che avevo conosciuto qualche mese prima, durante una vacanza estiva a Borghetto S. Spirito. Stavamo nuotando verso riva, spingendo un materassino rosso, quando il mio amico sentì qualcosa sfiorargli il fianco destro. Una pinna dorsale di color grigio, emerse dal blu delle acque, e cominciò a girare intorno a noi in un cerchio che si restringeva a ogni giro. Sentivo il sangue cristallizzarsi nelle vene, e la paura scese su di me facendomi tremare come una foglia. Piangevo e urlavo mentre tentavamo di risalire sul materassino. E fu in quel tentativo estremo, che sentii un dolore lancinante alla gamba destra mentre venivo trascinato in basso. Una volta sott’acqua, la mia vista venne appannata da un velo rosso; capii che quel velo era il mio sangue. Il dolore intenso, il terrore, la mancanza di forze e fiato, mi avevano paralizzato mentre scivolavo giù nelle profondità del mare. Ma l’apice della paura arrivò, strappandomi un urlo di terrore, quando vidi sbucare dagli abissi delle enormi fauci. Poi, fu il buio.

Sei anni dopo, ne feci uno analogo; l’attacco avvenne mentre io e un mio amico, insieme a due ragazze, ci tuffavamo al largo dei lidi ferraresi da un pedalò. La particolarità è che entrambi i sogni li feci mesi dopo l’aver realmente fatto il bagno nei luoghi e con le persone apparse nella mia visione onirica. Ero convinto, e lo sono tutt’ora, che quelle scene fossero premonitrici. Solo questo può spiegare come mai, a distanza di quarant’anni, esse sono ancora così vive nella mia mente. Nel corso degli anni, paradossalmente, sono diventato un provetto nuotatore. Ma se in piscina scorro nelle acque come un pesce, al mare ho sempre quella sensazione di paura che mi accompagna senza tregua. È come se sentissi dentro di me un destino già segnato da una precedente vita. Quando gli amici m’invitano a fare un bagno al largo, li seguo fino a un certo punto, poi nuoto come un forsennato verso la riva. Credo che questa paura ancestrale non mi abbandonerà mai. E se gli domando se hanno timore degli squali, mi rispondono che c’è più probabilità di morire sulle strisce pedonali. Non so per quale motivo, sento che per me è diverso.

 

Simbolicamente l’acqua è associata al Femminile e alle emozioni. Cosa ci dicono questi sogni da questo punto di vista?

 

L’acqua in sogno rimanda all’energia materna legata al liquido amniotico nel quale un essere umano trascorre nove mesi. Essa rappresenta l’interiorità più profonda legata al mondo delle emozioni. Questo aspetto femminile non compare solo nelle culture orientali. Anche i celti lo associavano al femminile, non solo come elemento che genera vita, ma anche come simbolo di purificazione e rigenerazione. La morte della vita in condizione fetale avviene con l’atto della nascita per rigenerarsi in una nuova esistenza. Ma le esperienze emotive che rimangono nel sub conscio, appartengono alla sfera emozionale della vita embrionale. Vi sono poi altri aspetti legati alle emozioni che suscita l’acqua in sogno: se è limpida e tranquilla, essa è sinonimo di chiarezza o di tranquillità interiore; viceversa, se è torbida e impetuosa, può rappresentare una situazione di subbuglio interiore.

 

Come vivi tu il Femminile e le emozioni?

 

Ho sempre sostenuto che la sfera delle emozioni, la parte più sensibile e profonda, appartenga al mondo femminile che ognuno di noi assorbe nel grembo materno.

 

Le emozioni possono essere pericolose?

 

Io credo di sì, se ti spingi oltre i limiti fisici e mentali. Capita a volte che le persone vogliano provare emozioni estreme, per superare i propri limiti sfidando le leggi della natura e della fisica. Mi viene in mente Patrick de Gayardon che ha speso la sua vita per provare l’ebrezza del volo, antico desiderio dell’uomo, ma come Icaro, forse si è spinto oltre.

È soprattutto sotto l’aspetto interiore che le emozioni vissute con troppa intensità possono risultare pericolose. Personalità fragili o irrequiete, a volte sono incapaci di gestire le loro emozioni perché insofferenti alla vita che li circonda. Ed è nell’insofferenza che spesso si esplorano e sondano nuove emozioni che possono portare a un punto di non ritorno. Il mondo dell’arte ne è pregno, e il primo nome che mi viene in mente è il poeta prestato alla musica Jim Morrison.

 

Da cosa o da chi sono popolati i tuoi abissi?

 

Da mostri, come nei più classici simbolismi mitico religiosi. Credo che ognuno di noi abbia la sua zona d’ombra, in grado di farlo precipitate negli abissi più oscuri. Nel ritratto di Dorian Grey di Wilde, come nei Miserabili di Hugo, si evince come l’animo umano possa toccare picchi di corruzione morale, trasformando gli esseri umani in mostri. L’abisso è legato alla parte più profonda, ignota e oscura dell’uomo. Un’oscurità in cui ognuno di noi può precipitare, trovando il mostro che si nasconde in lui. La lotta simbolica tra un dio e una creatura mostruosa, rappresenta la lotta fra luce e oscurità, bene e male. Il macrocosmo in cui lottano gli esseri sovrannaturali, rappresenta l’archetipo della lotta del microcosmo. Sconfiggere il mostro vuol dire sconfiggere la parte oscura di ognuno di noi. Solo una gran forza interiore può farlo, perché condizionamenti esterni, o situazioni estreme, possono metterci a dura prova. Nessuno è immune dal trasformarsi in Hyde; a volte basta un attimo.

 

Destino, libero arbitrio oppure…

 

Nel mio fantasy celtico Aaron e gli dei combattenti, il protagonista è un predestinato. Io credo che alcuni individui nascano già con un destino segnato. Nel libro spiego che nella storia dell’umanità alcune persone si sono distinte per intelligenza, lungimiranza e saggezza, e sono stati protagonisti della storia umana, anche se in molti frangenti ne sono state vittime. La genialità o un diverso modo di pensare, possono essere oggetto di invidia, critica, e vessazioni; Ipazia ne è un esempio. Nel mio libro, l’umano predestinato a salvare la terra di mezzo e il mondo di sotto, ha comunque libero arbitrio ma è costretto a fare una scelta. Scegliere se lottare per la salvaguardia dell’equilibrio universale oppure rinunciare. Il libero arbitrio però non può eludere dalla scelta. Il concetto di Pelagio, bretone convertitosi al cristianesimo nel quarto secolo, è che l’uomo ha la facoltà di liberarsi da solo dal male, senza aiuto divino o tramite ossessive penitenze, ed è in grado di scegliere se vivere nel giusto o nella corruzione. L’uomo fa una scelta in base al libero arbitrio, e in base alla scelta, si costruisce il suo destino.

 

Collegandomi alla tua risposta: non scegliere è una scelta?

 

Si, non scegliere è una scelta. Il Non agire in comunione con il “Tutto” è una scelta. Vivere senza occuparsi di ciò che avviene intorno a noi, pensando solo al soddisfacimento personale è una scelta. Il non agire, e quindi il non scegliere di agire per il bene comune, è una scelta. La maggior parte di noi, non sceglie e non agisce. Le nostre non scelte, hanno ripercussioni sul “Tutto”. Viviamo nell’illusione che nulla possa adombrare la nostra esistenza, perdendo di vista le cose essenziali dell’esistenza stessa. Ma, come sostenevano i druidi, sarà la natura delle cose a porti davanti una scelta. Krisna al Principe Arjuna disse: “una battaglia va sempre combattuta”. Combattere una battaglia, presume sacrificio, rinunce, quindi non scelgo e non agisco. Per agire non occorrono gesti eclatanti; basterebbe avere più rispetto per la natura liberandosi dallo schiavismo del consumismo compulsivo e dare più importanza alle persone che alle cose. Purtroppo, nelle società evolute, questo concetto si sta perdendo. È curioso notare come quelle tribù che noi reputiamo primitive, abbiano conservato valori e tradizioni che noi, dipendenti da smartphone, abbiamo perso. Ancora più interessante constatare come i selvaggi preservino la natura che considerano divina e sacra, e come invece essa venga distrutta dalla civiltà del progresso.

 

Claudio, il singolo può fare la differenza?

Sì, il singolo può fare la differenza. Ognuno di noi può fare grandi cose. Ogni singola persona fa parte di un unico insieme. Se il mondo agisse con istinto e sentimento, i primi dei sette sensi druidici, saremmo tutti un’unica entità. La cerca druidica insegna ad agire in tal senso. Dobbiamo considerare la natura non come nostra nemica ma come parte di noi. E lo stesso dovrebbe avvenire fra umani. Purtroppo veniamo da millenni di materialismo e l’attuale società, basata sul profitto, persegue lo scopo di piegare tutto al suo volere. Ci vuole una grande forza di volontà per non scivolare nel baratro dell’egoismo e individualismo di questi tempi che ci sta trasformando in esseri sempre più insensibili e quanto più simili alle fredde macchine che produciamo.

 

Claudio ci lascia con Jess Glynne, Take me home.

 

Questo è il romanzo di Claudio Massimo.

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