Interviste oniriche #70 Filippo Semplici

 

 

Potrei dire che mi sembrate tutte persone “normali” prima di intervistarvi, ma non lo dirò, perché non è vero.

Non mi sembrate normali mai, nascondete sempre qualcosa di bizzarro, io lo so.

La mia missione è renderlo evidente.

Oggi scopriamo un uomo che si scatena nella scrittura.

Filippo Semplici!!!

 

Raccontaci il tuo sogno.

Ti racconto il sogno più ricorrente e disturbante che ogni tanto mi capita di fare. Sono sempre con mio figlio, che è un bimbo piccolo di quattro anni, e ogni volta mi trovo in un luogo diverso, ma sempre affollato: una piazza, un vicolo, una città. A un certo punto interviene un impegno improvviso, che non posso rimandare, e così decido, spontaneamente, come fosse la cosa più naturale del mondo, di lasciare il piccolo incustodito per pochi minuti: in un negozio, ai margini di una strada, sui gradini di una piazza. Lo lascio ogni volta con le stesse parole: “Torno subito, non ti muovere, ci metto un attimo”. Mi dirigo verso l’impegno e immancabilmente, proprio mentre realizzo la leggerezza che ho appena commesso, sopravviene un intoppo che mi impedisce di tornare sui miei passi. Mi impedisce di tornare a riprendere mio figlio, e rimediare all’errore. A quel punto il sogno diventa un incubo. Prendo a correre, a fermare la gente, a gridare, sudare, mentre la via che devo raggiungere, quella in cui si trova LUI viene chiusa al traffico, oppure scompare, o finisce allagata. Sta di fatto che non sono MAI riuscito a tornare indietro. Quando mi sveglio ho sempre i brividi addosso, che mi scuotono.

Cosa rappresenta per te la folla, nel sogno e nella vita reale?

La folla per me è un ostacolo, nella vita come nel sogno. Antropologicamente parlando credo di non essere concepito per vivere o frequentare luoghi con un’elevata concentrazione di esseri umani. Non sono il tipo da feste con ospiti numerosi, non sono il tipo da supermercati al sabato mattina, non sono il tipo da spiagge affollate nelle isole dei divertimenti. Sono un po’ geloso della mia misantropia e mi sta bene così, anzi, sta bene anche a mia moglie, pensa un po’. Odio gli ingorghi, il traffico, le file, le code inutili. Tutte espressioni diverse di “folla”. Non baratterei mai il piccolo paese di campagna in cui abito, con una grande città, piena di tutto e tutti. La mia compagnia ideale non sfora le cinque persone, se arriviamo a dieci, è già “folla”. Ho imparato molto di più, talvolta, dai momenti di solitudine, piuttosto che da una serata in discoteca.

Che rapporto hai con gli imprevisti?

Detesto gli imprevisti. Li considero al pari di una maledizione divina, o lo zampino del Diavolo. Penso non capitino mai per caso, e che dietro si nasconda una motivazione sconosciuta, ma assolutamente ostile al malcapitato di turno. Ogni volta che so di avere un appuntamento importante o un impegno al quale non posso mancare, come prima cosa mi organizzo mettendo in conto un imprevisto, perché so che capiterà, come so che un buon psichiatra parlerebbe di paranoia. I protagonisti del mio ultimo libro, guarda un po’, finiscono nei guai proprio a causa di un imprevisto. Ma in quel caso la cosa è più divertente, perché l’imprevisto sono IO.

Come reagisci davanti ai tuoi errori?

Ahia. Questa è una domanda che mi farà perdere punti, già lo so. Davanti ai miei errori reagisco male. Nel senso che prima di ammettere, accettare o riconoscere che la colpa sia davvero mia, devo sondare ogni altra possibilità esistente che possa servire a scagionarmi. Non mi piace sentirmi colpevole, lo ammetto. Non amo i sensi di colpa e talvolta, brutto a dirsi, non riesco neppure a percepirne l’intensità, quelle (poche) volte che so riconoscerli e accettarli. Tendo a minimizzarli. Questo non succede per mania di onnipotenza, presunzione o altro, ma semplicemente perché, credo, non amo i disagi interiori, anche se spesso aiutano a scrivere buone storia. Allo stesso modo, però, non sono di quelli che puntano il dito o amano colpevolizzare gli altri, quando sono loro vittime della colpa. Insomma, i miei errori mi fanno incavolare e basta.

La verità è …

Ecco la tipica domanda che quando la senti, pensi: “Questa la so”. Invece ti accorgi che non sai un bel niente. E mai nessuno che ti suggerisca qualcosa di sensato al momento giusto. Quindi mi toccherà fare tutto da solo. E la verità è che… non conosco la verità. Sarebbe arrogante, da parte mia, affermare che è tutto quello in cui credo. In realtà penso che non ne esista una sola, ma che siano tante, quelle che ognuno di noi si porta dentro, quelle in cui crediamo. Per esempio posso dire di credere in Dio, e QUELLA è la mia verità, ma sarà diametralmente opposta alla verità del mio vicino di casa, ateo convinto. Quindi sarebbe riduttivo pensarla in maniera strettamente personale. Credo invece che esista, sì, una Verità, con la V maiuscola, che sta al di sopra di tutto e tutti e che spesso non riusciamo a percepire, finendo per colmare quest’assenza costruendone di nuove. Ecco, forse è questa la Verità più pura e semplice: la consapevolezza di non sapere.

Cos’è prezioso per te?

La vita, e non mi importa di apparire banale, rispondendo così. É la cosa più sacra e unica che possediamo, e spesso ci dimentichiamo di quanto sia preziosa, solo quando viene a mancare. Al diavolo i soldi, la carriera, il lavoro, il successo; tutte invenzioni del ventesimo secolo. La verità è che se non vivi non fai niente, non SEI niente. E la vita che si rigenera nei lineamenti e nei contorni di un figlio, è qualcosa di doppiamente prezioso. Non avrò mai paura di offrire la mia, in cambio della sua.

Nel sogno non riesci mai a tornare indietro, nella vita ti è successo di tornare sui tuoi passi?

Solitamente quando prendo una decisione sono abbastanza sicuro, e difficilmente mi capita di guardarmi indietro e pentirmene. Preferisco pensarci sopra un giorno in più, piuttosto che rischiare di avere rimorsi o rimpianti in futuro. L’unica volta che sono tornato sui miei passi è stato da giovane, in ambito scolastico. Non sono mai stato un secchione o uno studente modello, lo confesso, il libretto delle giustificazioni era pieno di assenze (spesso con firme abilmente imitate), e preferivo l’adrenalina di una “forca” ben congegnata, alle noiose lezioni scolastiche. Al quarto anno di scuola superiore ho abbandonato gli studi per tuffarmi nel mondo del lavoro, nonostante il parere contrario dei miei genitori. Tempo dopo mi sono aspramente pentito della scelta, e così ho recuperato gli anni scolastici mancanti, frequentando una scuola serale, e ottenendo così il benedetto diploma di maturità. Questo è l’unico episodio che posso dire di ricordare chiaramente.

Cosa ti fa sentire debole?

Indubbiamente il non avere controllo sulla situazione o, peggio, sulla mia vita. Quando tutto è in mano agli altri, mi sento debole, inerme, perché so di non poter fare nulla per cambiare le cose, tranne sperare. Tanto per fare un esempio pratico e, in parte, di auto promozione: da tre mesi è uscito il mio ultimo romanzo, e io mi sento debolissimo. Perché? Perché è tutto in mano a voi, i lettori. Io sono immobile, fermo, alla mercé del pubblico, dei suoi giudizi; potete decidere di distruggermi o glorificarmi. O semplicemente ignorarmi. Spero di aver reso bene l’idea, non vado oltre, altrimenti mi sale l’ansia!!!

Controllo e creatività, possono convivere questi due aspetti?

Nel mio caso ci riescono alla grande, eccome. Nella vita sono una persona assolutamente con la testa sulle spalle, seria e razionale (vabbè, sto esagerando), ma quando scrivo, mi scateno. Perdo il controllo, appunto. In molti non sanno riconoscere il Filippo Semplici “uomo”, dallo “scrittore”, perché diametralmente opposti. Sarei il classico tipo di cui sentir dire “No, non può essere stato lui a commettere questa cosa, è una persona troppo per bene”. Quindi ritengo che per scrivere non si debba essere per forza folli o disturbati, ma di certo un po’ strani sì. Qualcuno dice che la scrittura nasce dal malessere, e a volte è vero, ma io penso che arrivi da una dimensione diversa di noi stessi, in cui davvero ci lasciamo andare, perdiamo il controllo e, forse, ci avviciniamo alla nostra vera essenza. La cosa dovrebbe darmi da pensare, visto che so scrivere solo di mostri e assassini.

Cosa ti rende forte?

Vuoi chiudere in bellezza con una domanda difficile? Va bene. Forse ti stupirò, ma io non mi sento affatto forte, quasi mai. Piuttosto, mi ritengo una persona che crede molto in se stessa, questo sì, e quindi, se vogliamo parlare di forza, direi che è l’unica cosa che mi viene in mente. Ma non saprei indicarti l’ingrediente segreto della mia vita, da cui attingere la forza, perché forse non c’è. O se esiste, l’ho sempre inconsapevolmente ignorato.

 

 

Filippo ci lascia con Clockwork Orange Music.

 

Questi sono i lavori di Filippo.

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