Intervista onirica #92 Vittorio Marco Ivan Cirino

 

 

Nel sogno si sacrifica per gli altri.

In un fuorionda mi ha detto che le idee sono a prova di proiettile, come è vero.

Usa la parola per conciliare, ma è affascinato dallo scontro fisico.

Abbiamo parlato di zombie e di inganno.

Lui è Vittorio Marco Ivan Cirino.

 

 

 

Raccontaci il tuo sogno.

Sono passati ormai quindici anni dalla notte in cui feci questo sogno, ma risulta vivido nonostante il tempo. Allora mi colpì talmente tanto che decisi di scriverci sopra un racconto. Il problema fu che, come mi capita sempre, la narrazione perse completamente la direzione del sogno e quel racconto finì per essere tutt’altro. Ma torniamo al sogno.

Ero in montagna, in un autogrill chiamato Tugo (appennino parmense al confine con la toscana) sull’autostrada della Cisa. Ma non era com’è nella realtá. Assomigliava più alle stazioni di sosta all’americana, con le vetrate che rendono gli interni visibili.

Era una notte estiva e c’erano le stelle. Con me alcuni amici (senza volto) e nel locale una decina di avventori. La radio in sottofondo dice che i morti si rialzavano dalla fossa. Roba da Romero, insomma.

E infatti, a breve, l’Autogrill viene assediato e noi ci troviamo a combattere per la vita. In questo sogno, con fatica, i sopravvissuti finiscono in uno stanzino sul retro. Abbiamo una pistola. La porta del locale cede e i morti sciamano dentro mordendo e dilaniando molti di noi. C’è poco da fare, serve un diversivo. Mi faccio dare la pistola e mi frappongo tra i morti e i sopravvissuti. Un retorico “scappate” e loro si defilano mentre io rimango, mi capita sempre nei sogni, a crepare per la causa, sparando. Ma per qualche ragione non muoio. Riesco a sgusciare anche io fuori e a tornare davanti alla stazione di servizio. Ci sono delle panche. Sulle panche ci sono seduti tutti, compresi quelli che avevo cercato di salvare. Sono tutti zombie. Sembrano tranquilli. Uno di loro si stacca, forse è il capo.

Insolitamente prende la parola. “Sei l’ultimo umano rimasto vivo, con te finisce la vecchia società. Ma una nuova società è nata. Non temere. Ti basta accoglierla e diventare uno di noi…” Un solo colpo nel caricatore. Ricordo che ho detto fermamente “Mai!”

E mi sono sparato in testa. Da questo punto, la narrazione continua senza di me. Vedo le cose dall’alto, il mio corpo a terra in mezzo a loro. Poi dai lati delle montagne, arrivano i militari con le armi e i cani. Uccidono gli zombie dell’autogrill, che erano in realtà gli ultimi rimasti…Di fatto, mi sono fatto fregare da uno zombie…

Ti è capitato, o ti capita, di perdere la direzione?

Costantemente.

Sono un uomo di forti contrasti e li vivo di continuo. Ho intenzioni che non sono mai cambiate, così come un codice d’onore immutabile ma, nel quotidiano, la mia soglia attentiva è tremendamente bassa. Quindi è facile mi perda per strada.

Procrastinare mi viene facile quanto respirare. Ma l’altra faccia della medaglia -un incrollabile quanto anacronistico senso dell’onore e del dovere- mi riportano nella direzione iniziale. Molto spesso, diciamo, finisco per giungere alla stessa meta passando per strade non preventivate.

 

Che rapporto hai con l’imprevisto?

Uno splendido rapporto. Come analogia esemplificativa, ti dirò che vado spesso in vacanza da solo, in auto. Non scelgo nemmeno la destinazione. Solo la direzione cardinale. Due anni fa mi sono ritrovato a dormire in un parcheggio dell’interland di Sarajevo in Bosnia, laddove la mattina ero a Firenze. Lascia che la vita ti spettini, spesso dico.

Veniamo agli zombie. Sono morti che camminano. Allora ti chiedo: cosa nella tua vita dovrebbe essere morto e invece vive ancora?

Dovrei aver capito da tempo che il mio stato emotivo non deve influire sui doveri, su quel che va fatto. Ma le due parti della mia vita non sono mai state impermeabili. Questo invalidante senso di malinconia, rimane anche quando dovrebbe essersene già andato. Direi che, più che di zombie, si parla di vecchi fantasmi…

Per  cosa combatti?

Che domande: per il principio, ovviamente. Ogni sfida a ogni livello è per me uno scontro di principio. Non forzerei mai la verità al mio bisogno e sarei disposto anche a sacrificare l’amore per la causa ideale. Di fatto, per me, ogni amore che ti svia dal Giusto, non è ontologicamente Amore. Kantianamente parlando, cerco di agire come se il mio comportamento dovesse essere metro di misura dell’umanità.

Nel sogno l’arma è la pistola. E nella vita?

Nella vita direi tutto fuorché una pistola. Sono contro alle armi, specialmente quelle da fuoco. Trovo che, tralasciando l’ovvia riprovazione etica, siano poco meritocratiche. Da un punto di vista intellettivo, la parola è la mia arma da sempre. Non tanto un’arma d’offesa, quanto un’arma di conciliazione. Da un punto di vista fisico, subisco da sempre il fascino dello scontro a mani nude. Nel caso fossi in un romanzo fantastico, la mia arma sarebbe plausibilmente un martello a due mani.

Cos’è per te il sacrificio?

Utilizzo spesso la parola sacrificio nella sua accezione etimologica: rendere Sacro. Sacrificarsi equivale a santificare un’azione, far sì che un gesto divenga un rituale. Quindi, per me, ogni sacrificio va compiuto in piena consapevolezza e volontà, nello slancio verso l’altro, tentando di rendere quel gesto qualcosa che trascenda l’umano.

Mi hai detto che le idee sono a prova di proiettile, le idee non muoiono. È questo che ti salva nel sogno?

A dire il vero, alla fine muoio sempre nei miei sogni. MA prima devo avere il tempo di compiere un atto sacrificale, appunto. L’importante è sempre che l’dea, che poi è il principio, alla fine mi sopravviva!

E veniamo appunto alla morte. Dopo aver scampato quella per mano di uno zombie, te la infliggi per non cadere in mano al nemico, ma scopri che la realtà non è proprio come te l’hanno raccontata. Cadiamo nei tranelli e negli inganni altrui o ci vogliamo cadere?

È ancora peggio di così, secondo me: gli inganni peggiori a cui finiamo per credere sono quelli che noi stessi ordiamo quotidianamente. E sono i più subdoli.

Ci convinciamo di fare le cose per i motivi migliori, quando spesso è una facciata intonacata che nasconde intenti ben meno nobili. Nel sogno, per esempio, io faccio quello che si sacrifica (e sarebbe una cosa positiva), ma sopravvivo. Io interpreto il mio sopravvivere come la volontà di vedere cosa gli altri diranno del mio “sacrificio” per le loro vite (ergo copro con eroismo l’egoismo). E alla fine muoio ucciso da me stesso, facendo quello che si sacrifica per un’idea, quando di fondo è il mio stesso cervello che poco dopo mi dirà che l’idea in questione era sciocca.

 

Vittorio ci lascia con Johnny Cash, Ain’t No Grave, e Cirith Ungol, I’m Alive.

Vittorio è Direttore Editoriale di Lettere Elettriche.

Queste sono le pubblicazioni.

 

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