Intervista onirica #91 Adriana Chimenti

 

 

Cercarlo, cercarlo ovunque.

E’ inafferrabile, quasi un miraggio.

Quando credi di averlo trovato, non è lui.

Quanti di voi hanno inseguito un sogno?

Adriana Chimenti!

Raccontaci dei tuoi sogni.

I miei sogni sono molto vividi, spesso si svolgono in uno strano crepuscolo. Sento odori, profumi in particolare, colori, anche se non sempre, provo dolore e persino riesco ad avere un qualcosa di simile al tatto. Sento persino caldo o freddo. Pare non accada a tutti, così ho sentito dire.

È una realtà alternativa vera o propria; tanto più che ho sogni ricorrenti, di luoghi vari dentro i quali vengo catapultata quando evidentemente ne ho necessità. Luoghi che conosco ormai molto bene, che per me esistono sotto un certo punto di vista.

Molto spesso sogno case piene di stanze, una dietro l’altra e se decido, ne scopro sempre di nuove. Case con scale che portano ad alcune specie di livelli nascosti. Non saprei come altro spiegare.

Con pareti e pavimenti in legno molto spesso.

Il mio sogno riassume alcune di queste caratteristiche: mi trovavo all’interno di un edificio grande. Pareva essere un istituto. Ma non ho capito che genere. Forse universitario…non so

C’era una manifestazione ed io mi aggiravo fra le tante stanze. Ed ho intravisto lui. Era assieme ad una donna. Avrei ucciso entrambi!

Ho iniziato a seguirlo ovunque; spariva in continuazione. Lo perdevo di vista. L’ho cercato ovunque all’interno di questo edificio (in legno ovviamente) e ho salito delle scale che scricchiolavano sotto i miei piedi. Il rumore della folla di persone attutito e lontano. Ero sola e avevo il timore che qualcuno incontrato per caso, mi chiedesse dove stessi andando

Arrivata in un soppalco che somigliava ad una stanza/biblioteca, con tante lampade colorate, ho deciso di tornare indietro: lui non c’era.

Sono scesa fra una folla di persone, che mi rendevano difficile passare. Dovevo uscire a cercarlo. Con fatica, supero gruppi di persone vestite in abiti da cerimonia, ed esco all’esterno

C’era un vero e proprio parco con una vegetazione lussureggiante, tipica di luoghi tropicali. Viali e vialetti anche in salita, centinaia di cespugli e scalinate, e gente ovunque, a decine. E io continuavo a cercarlo. Incessantemente. Non c’erano fiori, solo piante di un verde brillante e un’atmosfera molto sensuale. Non so spiegare questa sensazione. Forse legata al desiderio che ho ancora di lui.

Lo intravedo di nuovo, sempre al fianco di questa donna, bionda e che mi somigliava molto. Inizio a correre accorgendomi di avere addosso un abito lungo, color ruggine credo, ingombrante, pesante e scarpe con tacchi vertiginosi…abbigliamento a me non consono!

Correre era una fatica immensa. E quindi una scalinata che portava ad un altro edificio. Sapevo che lui era all’interno

Finalmente lo trovo, seduto a una scrivania un tavolo, non so…ma…non era lui!!

Non lo era affatto. E la stanza era piena di gente che mi voleva convincere che fosse lui e io “lo conosco bene, cazzo (scusa ma ho detto proprio così) non è lui. E quest’uomo sconosciuto mi guardava in maniera strana, sorpresa. Come a dirmi “chi sei? Che vuoi?”

E poi mi sono svegliata. È tutto…

Le case nei sogni spesso ci dicono qualcosa della nostra personalità. Cosa ci dicono di te queste case piene di stanze a cui accennavi all’inizio?

Me lo sono chiesto molto spesso. Magari riportano al ventre materno; luoghi sicuri e circoscritti, nonostante siano ampi e pieni di stanze. Comunque la mia psiche usa il sogno e i luoghi ricorrenti per consentirmi di nascondermi al mondo. In special modo quando la realtà diventa per me soffocante o inaccettabile.

Che rapporto hai con le Istituzioni?

Le istituzioni…beh, sono una ribelle, tutto sommato, e come tutto ciò che venga imposto, le trovo soffocanti. Ma le rispetto.

Cosa cerchi nella vita?

Bella domanda. Non saprei. Potrei dire di cercare la serenità, la salute o il successo. Ma ancora non riesco a capire, esattamente, chi in realtà io sia. Che persona io sia. Ecco cosa vorrei dalla vita. La comprensione.

E la conoscenza…

Che rapporto hai con la folla?

La folla per me può essere una compagnia, mi può piacere il suo movimento, il chiacchiericcio. Adriana in superficie è molto socievole. Ma…con me c’è sempre un ‘ma’. In realtà è molto più facile sentirsi da soli in mezzo a una folla, piuttosto che in una stanza isolata dal resto del mondo. Per quanto accogliente e aperta e disinvolta io possa sembrare in apparenza, in realtà sono un lupo solitario, per così dire, e mi piace il silenzio, il pensiero unico. Mi piace che nasca dalla mia testa, per quanto  storta io sia, non mi piace sbagliare, ma mi piace farlo per conto mio, senza lasciarmi influenzare da qualcun’altro ed è per questo che, spesso, dicono che sono un “bastian contrario”. Tutto e il suo perfetto contrario. Mi metto in discussione e Dio solo (o chi per lui) sa quanto profondamente l’abbia fatto negli ultimi mesi! Tutto ciò non lo posso fare con la distrazione costante di una “folla” di gente che mi parla nelle orecchie. Perciò, vanno bene le persone, ma se  mi lasciano in pace e non invadono il mio spazio vitale.

La tua ultima risposta mi riporta a un tema a me molto caro: gli opposti. Gli opposti possono toccarsi? Possiamo contenere aspetti tra loro apparentemente inconciliabili?

Per quanto mi riguarda, la risposta è sì. Forse dipende dal mio bisogno di mettermi in costante discussione. Di non fermarmi e infognarmi in verità imprescindibili. Dal mio desiderio di cambiare. Ho una parte scura e una luminosa, che convivono in qualche maniera, ma molto spesso si scontrano, litigano, si picchiano. Ma nessuna delle due vince. Lo yin e lo yang, che sono in equilibrio in molti, ma che in altri invece hanno un andamento altalenante e contraddittorio. Alle volte è davvero difficoltoso sopportare queste battaglie interiori. Sfiancano,,ma non vi rinuncerei mai. Mi aiutano a sopravvivere quando mi si aprono brecce nello scudo. Si mettono al lavoro insieme, e le riparano. Non so se sia stata molto chiara. È difficile da spiegare come concetto.

Eppure tu ci sei riuscita. Gli artisti sono in pace o in battaglia?

Di solito, per mia natura, sono in costante battaglia con me stessa. Nell’ultimo periodo diciamo che ho affrontato una guerra. E non ci saranno vincitori. Ma solo perdenti. È una vicenda personale, a causa della quale ho rischiato di perdere me stessa e gli ultimi vent’anni della mia vita. Ho dovuto usarmi delle violenze incredibili, perché non accadesse. E non so se ci sia riuscita. Francamente. Ci sono istanti, nella vita, durante i quali il tempo si ferma, esci fuori da te stesso, e ti guardi da una angolazione diversa. Ti vedi e dici “ora basta!”. Ma la pace non arriverà comunque. Almeno per adesso, questa è la sensazione. Poi non lo so. So solo che una battaglia, una guerra, portano distruzione, cambiamenti; lasciano macerie fumanti. E poi da quello ti metti a ricostruire, col fumo che ti fa lacrimare gli occhi. Ma ricostruisci, fino a che non arriva un’altro conflitto.

Cosa ti impedisce di ‘correre’?

Probabilmente proprio la mia età. Nel senso che ormai le possibilità di riuscire a realizzare i miei scopi, si assottiglia sempre di più. Non è detto, ovviamente, e spero di poter essere smentita! Ma se debbo parlare rispetto al mio sogno, è l’impossibilità, oramai, di poter raggiungere la persona che ho perduto. Spesso gli umani hanno una sola chance nella propria esistenza, di riuscire a vivere qualcosa di grande. Di grande, completo, esaltante, coinvolgente e colmo di passione, sia dal punto di vista sentimentale che lavorativo. Per questo motivo, l’aver perduto questa rara opportunità donatami in maniera inaspettata, per orgoglio, sfiducia, paura, senso di responsabilità e altro, mi fa sentire come se avessi addosso un fardello ben più pesante di quanto sentissi circa un anno fa. Ecco perché il senso di “oppressione”. Colpa mia. Inutile piangersi addosso.

Dove vive la tua passione ora?

Dire non lo so sarebbe troppo inquietante?

Ora come ora, non me lo sto chiedendo. Mi è stato portato via tanto. In termini esistenziali proprio. Mi sono sentita svuotata, spezzata in due. Ma ciò che conta in questo momento è la mia famiglia; mio figlio in primis. E poi i miei disegni, la mia, chiamiamola, arte. Per un soffio non s’è portato via anche quella.
Continuo a mettere un piede davanti all’altro, con cautela, nella speranza di non inciampare più, almeno non in quel senso. Per il resto, solo il tempo mi dirà cosa potrò recuperare e cosa non riavrò indietro. Ai posteri l’ardua sentenza.

Adriana ci lascia con Evanescence, Bring me to life.

Questa è la pagina Facebook di Adriana.

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