Intervista onirica #82 Marco Volpe

 

 

Farsi raccontare un sogno da un autore equivale spesso a sentirsi narrare un racconto, un’ispirazione.

Questa volta non è stata da meno.

E’ un cultore dell’equilibrio… quanto amo tutto ciò!

E come un equilibrista lo immagino farsi strada nella vita.

Marco Volpe!!!

 

Raccontaci il tuo sogno.

Piedi nudi correvano sull’arida terra circondata dal nulla. Nel buio di una notte illuminata dalla Luna, il lontano e infinito orizzonte era piatto. Nessun massiccio montuoso ne frastagliava il monotono andare.

Una bellissima fanciulla dai lunghi e finissimi capelli ramati, abbaglianti come onde nel vespro, correva ansimando verso una millenaria foresta. Sudava, in quel torrido deserto: la gola riarsa le bruciava intensamente, rendendo la sua corsa ancor più difficile. La sua veste tremava a ogni passo, muovendosi sensualmente sul nudo corpo dalla candida carnagione. A ogni falcata, gemeva: piccole pietre appuntite le screziavano i piedi, che umettavano la polvere di prezioso e brillante sangue.

Una folata di vento freddo, improvvisamente, si alzò alle sue spalle investendola senza riguardo alcuno. La fanciulla, allora, rabbrividì. Continuando a correre si voltò: vide nubi oscure levarsi all’orizzonte. Pestò una più grande scheggia rocciosa che, con la sua punta acuminata rivolta al cielo, le perforò il tallone. In un più forte mugolio di dolore la dama cadde, rovinando al suolo e assaporando il gusto amaro dell’arida terra. Singhiozzò. Si disperò guardando la foresta che così tanto avrebbe voluto raggiungere, ma che era ancora assai lontana. Serrò i pugni nei quali rimasero due manciate di fine polvere. Si issò e, stoica, riprese a correre. Udì, in lontananza, un fragore di tuoni; imperiosi moti d’aria pungente s’intensificarono, inseguendola e fiutandola alla stregua di un lupo invernale. I piedi feriti, a ogni passo, le sanguinavano sempre più: sembrava, ora, indossare invisibili calzari dalla suola cremisi. La bianca veste, dopo quella caduta, si era logorata, sporcandosi del giallo ocra dell’arida terra sul davanti e di schizzi amaranto sulla bianca schiena.

A ogni metro corso, la foresta pareva farsi più lontana e irraggiungibile. Singhiozzò ancora, accelerando in quel deserto. La Luna, allora, fu oscurata da quelle fosche tenebre che, ergendosi ratte dal nulla come un mastino infernale, sembravano assaporare di già il sangue della fanciulla. Tra i cupi nembi, fulmini viola scandivano il loro avanzare, scagliando a terra luminose saette. Il respiro della giovane s’interrompeva ogni volta tentasse, invano, di deglutire per ammorbidire gli ispidi spuntoni che, profondi, le sembrava di percepire nella trachea. La pioggia, infine, la raggiunse. La disperazione della dama giunse al suo culmine quando, ad appesantirle ulteriormente quella corsa angosciosa, l’arida terra prese a nutrirsi della scintillante pioggia che scrosciava dal cielo nero. Morsa in quel fango scivolò, cadendo una seconda volta quando i fulmini divorarono l’oscuro nulla, abbagliandolo di rinnovate e bieche luci. Dolorosi lamenti si levarono dalla fanciulla, preda ormai della paura. Guardò ancora verso la foresta. Gli occhi le si inumidirono di lacrime che si mischiarono alla pioggia cadendo a terra. Le dita delle mani s’intrisero nel fango, sporcando un anello diamantato che le cingeva l’anulare destro. Era un piccolo gioiello, di fattura molto pregiata, formato da un unico e sottile filamento simile al ghiaccio che, alle due estremità, si univa in un tenero groviglio: lì, dando vita a due rose, i petali si sfioravano e parevano tiepidi raggi d’amore in un mattino d’inverno.

I fulmini sopra di lei cominciarono a farsi più insistenti, danzando freneticamente, accompagnati dai reboanti tuoni

che ricordavano una macabra marcia. Un vortice di saette violacee si originò, allora, alto nel cielo. Tutto si zittì, prima che un tuono scuotesse l’aria per preannunciare il più luminoso tra i fulmini, il cui barlume, squarciando la notte di quel deserto, cadde poco distante dalla fanciulla. Lei, accubita dal dolore, assaporò il terrore nella sua più profonda rappresentazione. Tremò: le sue emozioni, il suo cuore, i suoi pensieri e il suo essere si bloccarono di fronte a quella visione. Lì, dove il fulmine era caduto, si trovava un uomo dai lunghi capelli. La tetra e imponente figura le si avvicinò, strascicando un’elegante veste blu nella fanghiglia. I suoi contorni erano oscuri, eppure fiocamente illuminati da un’aura violacea. Sulle spalle, due spuntoni obliqui e lucenti, alti almeno mezzo metro, sembravano essere i carpi dalle quali, morbidamente, cadevano ali di fulmini corvini. La dama non tentò nemmeno di scappare, arrendendosi ad ansimi glaciali in quell’arido, ora sidereo deserto. Quell’essere demoniaco, ormai, era giunto dove la fanciulla giaceva. Dapprima sembrò parlarle e, quindi, puntarla con una mano: l’alone viola attorno a lui s’intensificò. Il corpo della giovane scattò, come schiavo di una poderosa forza invisibile che la costrinse a inginocchiarsi ai suoi piedi. La schiaffeggiò violentemente, ma il suo corpo, tenuto magicamente bloccato sul posto, rimase immobile, inerme. Si levò un solo urlo secco che sovrastò i tremori delle tempeste: la giovane guardò verso la foresta, dal cui sottobosco vide un luccichio argenteo. Dalle millenarie fronde sortì un guerriero, bardato in un’armatura diamantata: oltre le sue spalle, fulgide ali lucenti si prepararono a spiegarsi al vento burrascoso. Il demone dai capelli di platino, privo di riguardi, strinse forte la giugulare della donna, levandole ogni fiato; quindi si voltò verso il guerriero, il quale vide, nella gelida notte, i suoi occhi malvagi e brillanti.

Un voce elettrica proruppe: “Troppo tardi!”. I fulmini circondarono le due figure, fuse in un’unica, lugubre morsa. Poi, così come quella figura demoniaca era discesa dal cielo, un fulmine si levò, questa volta da terra, ascendendo alle oscure correnti. Una ragnatela di saette si formò nelle spesse coltri gassose, creando una fitta maglia elettrica che si spostò, in un batter di ciglio, in direzione del nudo orizzonte. Seguendo quella scia violacea, le nubi si ritirarono scomparendo nel nulla. Quando la Luna tornò a splendere nel cielo del deserto, il cavaliere rallentò, incredulo per quel che aveva appena visto. Le sue ginocchia cedettero, urtando l’ancor arida e nuda terra non raggiunta dalla pioggia. Il cavaliere, piegato a carponi, colpì così forte il terreno da deformare il guanto d’arme che lo proteggeva, urlando il suo dolore.

 

Sei una persona caparbia?

Reputo di esserlo sui temi davvero importanti della vita, quali, per esempio, i valori sentimentali in cui credo o le scelte da cui, mi auguro, mio figlio potrà avere il meglio. Su altre tematiche lo sono di meno e posso farmi influenzare da consigli e opinioni altrui, senza però mettere in discussione i miei valori.

Cos’è faticoso nella tua vita?

Trovo molto faticoso conciliare la mia vita lavorativa con quella che vorrei fosse la mia vita da scrittore.

Inoltre, trovo faticoso – in generale – dover fare le cose che non amo “perché vanno fatte”.

 

Cosa rappresentano per te i piedi?

 

Questa è una di quelle domande a cui mai avrei pensato di rispondere!! Spettacolare

Dunque, io mi considero un “cultore dell’equilibrio”: perciò ti rispondo che, se la testa è la parte di me più vicina alle nuvole, quella parte che più mi permette di volare e farmi cullare dai sogni, allora i piedi sono quella parte di me che mi ancora a terra, che mi ricorda e lega alla realtà.

Quindi rappresentano le mie radici, il luogo cui appartengo.

 

Che rapporto hai con il passato?

 

Direi che io e il passato abbiamo un rapporto cangiante…molto buono su certi lati, fortunatamente quelli più importanti, mentre abbastanza tormentato su certi altri.

 

Ti riconosci una parte Femminile? Se sì, che rapporto hai con questo aspetto?

 

La sensibilità, che normalmente esce mentre scrivo: ergo, direi che ho un rapporto molto positivo con questo “lato nascosto”.

 

I sogni sono trame, la scrittura è una dimensione sognante. Cosa ne pensi?

 

Dunque, penso che moltissimi dei sogni che facciamo – e che purtroppo spesso non ricordiamo nitidamente – siano delle porte aperte sul nostro inconscio. Vogliamo scoprirci, vogliamo conoscerci nel profondo, e i sogni ci fanno proprio entrare in quella dimensione in cui tutto è relativo, a cominciare dal tempo, in cui il nostro tutto e il nostro nulla si incrociano, si fondono per farci capire sino a dove potremmo arrivare: scopriamo allora che sappiamo come si può volare, che possiamo abbracciare o distruggere il male che ci circonda e, addirittura, che esistono mondi interi da esplorare. La scrittura, in questo senso, è lo strumento con cui possiamo dare voce alla nostra “dimensione sognante”.

 

Che rapporto hai con l’imprevisto?

 

L’imprevisto è sempre una volubile “gatta da pelare”. Mi considero una persona metodica e, come tale, preferisco sempre pianificare gli eventi ed evitare che accadano stravolgimenti inaspettati: ma, ahimè, l’imponderabile è sempre dietro l’angolo e mi capita di doverci fare i conti. A quel punto, tento di agire affinché l’imprevisto, da inatteso nemico, possa diventare mio alleato. Se vogliamo, l’imprevisto è quell’aleatorietà che ci aiuta a diventare più forti, a comprendere che non tutto ruota attorno agli schemi che definiamo per noi; e poi, nella vita, può succedere proprio come nell’omonima carta del Monopoly: non appena lo vivi scopri che un imprevisto può anche non essere così male! Alla luce di ciò, tutto sommato, il mio rapporto con l’imprevisto posso considerarlo positivo.

 

 

Marco ci lascia con Who will save us now, David Chappell.

Questo è il romanzo di Marco.

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