Intervista onirica #77 Maikel Maryn

 

 

 

Con lui è andata più o meno così.

Vorrei intervistarti.

Il problema è che non ricordo i sogni.

Neanche sogni fatti in passato?

Sì, alcuni sogni passati li ricordo.

Ok, se vuoi possiamo parlare di quelli.

Prima ho bisogno di sapere perché?

Perché cosa?

Perché vuoi intervistarmi.

Mi incuriosisci.

Perché?

Ragazzi, è dura fare un’intervista a uno che è abituato a fare le domande.

Però ne è valsa la pena, oh, se ne è valsa la pena.

Leggete un po’.

Maikel Maryn!!!

 

Raccontaci dei tuoi sogni.

Smarrimento Capitava sempre quand’ero bambino, prima del rientro dalle vacanze estive. Un sogno sempre diverso ma allo stesso tempo ricorrente perché aveva un tema conduttore. Tornavo a scuola ma non riuscivo a trovare la mia classe ed era strano perché sapevo benissimo dove andare ma, quando ci andavo, il posto non era quello giusto: aprivo la porta dell’aula ma dentro c’erano bambini che non conoscevo. Richiudevo la porta dicendomi di aver sbagliato aula ma, quando controllavo, l’aula era quella giusta. Allora tentavo con le altre porte ma ogni volta il risultato era lo stesso e mi ritrovavo a vagare senza meta cercando un posto che non riuscivo a trovare.

Caduta Questo è un sogno che ho fatto tantissimi anni fa ma che ricordo ancora per quanto fosse vivido. In realtà non c’è molto da raccontare perché la sostanza del sogno era che io cadevo, ma non tipo dalle scale, da un muro, o che so io. No, precipitavo dal nulla al nulla, una inarrestabile caduta in un vuoto buio, spezzato solo da lampi di colore, immagina di entrare nella sigla di Ulisse 31, ma in verticale. Lo ricordo ancora per la sensazione fortissima della caduta, del precipitare verso il basso, mi svegliai supino, premuto contro il materasso, in un bagno di sudore gelido.

La Bestia Ancora una volta è tutto buio. C’è qualcuno con me, nel buio, anche se non so chi sia. Ci addentriamo nell’oscurità e scorgiamo una luce. Ci avviciniamo e la luminosità cresce, senza dissipare il buio, ma lasciando intuire, non so perché, che ci troviamo in una stanza talmente grande da non distinguerne i confini. Ad un tratto conto si delinea, nella luce fioca, una specie di colonna, ci avviciniamo e ne seguiamo il contorno con lo sguardo, inizialmente sembra perdersi nelle tenebre ma man mano che ci avviciniamo ci rendiamo conto che non è una colonna, ma una zampa colossale che si incurva in alto in una coscia. Con la consapevolezza arriva la visione delle altre tre. Siamo ai piedi di un quadrupede di dimensioni titaniche, la pelle violacea, traslucida come la superficie di certe caramelle, ma l’impressione è che abbia una consistenza molle, la luce in parte gli si riflette contro, in parte la attraversa. Il corpo ha forma di canide, mentre la testa è un enorme ovoide senza alcuna asperità da cui si estendono dei tentacoli che ci penzolano sopra la testa, sì, un po’ alla Cthulhu, ma senza occhi né altre cose a dare espressione a quello che dovrebbe essere una specie di muso. Restiamo lì, a contemplare questo colosso immobile e alieno. È terrificante eppure bellissimo.

Ciò che lasciamo andare si trasforma?

Tutto si trasforma, quello che lasciamo andare e quello che tratteniamo, la realtà è un eterno divenire, la vita è un progressivo processo di putrefazione in slowmotion. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, non è Osho o Fabio Volo, è Lavoisier e tra la filosofia spicciola e la fisica vince sempre la fisica. Il mutamento è l’unica e sola costante, il che può apparire terrificante, ma in realtà è estremamente naturale.

Ciò che accade, gli eventi che si susseguono, rispondono a qualche legge o sono frutto di caos e probabilità?

Non credo sia possibile una risposta secca perché, in realtà, ciò che accade è influenzato da tutti i fattori che elenchi. Con le nostre azioni (o con la loro mancanza) possiamo dare un indirizzo all’andamento delle cose, ma non possiamo tenere conto di tutte le variabili ed è questo il “caos” che ci sconvolge.

Ti è capitato di sentire estraneo ciò che consideravi familiare e di doverlo abbandonare?

Questa è una domanda interessante. Io mi sono sempre sentito “straniero in terra straniera”, tanto nei luoghi a cui mi sarei dovuto sentire legato, quanto nei rapporti. Forse quello che dici tu si è verificato negli ultimi anni nei quali ci sono stati dei sostanziali cambiamenti in me. Mi sono sentito estraneo prima di tutto a me stesso, smettendo degli atteggiamenti che mi erano sembrati fino ad allora estremamente naturali e, come conseguenza, mi sono allontanato da molto di ciò che quegli atteggiamenti avevano contribuito a creare in termini di rapporti umani.

Per ogni caduta c’è una risalita?

Dipende da chi cade e dal perché. Finire col culo per terra non è quasi mai un dramma insuperabile, ma non bisogna mai dare niente per scontato. C’è gente che affronta quotidianamente situazioni pesantissime ma va avanti comunque, altri non ce la fanno e si spezzano, magari per ragioni apparentemente futili. Quindi no, se lo intendi in senso generale no, non da tutte le cadute ci si rialza e quello che per qualcuno è un inciampo per altri è un baratro senza fondo.

Approfondendo ulteriormente. Nel buio e nella caduta ci sono lampi di luce colorata. È la luce che fa breccia nell’oscurità oppure ciò che rimane della luce dopo che il buio l’ha investita?

La luce è l’elemento che ti fa rendere conto dell’immensità delle tenebre.

Nel terzo sogno, parli al plurale, c’è qualcuno con te. Nella vita c’è qualcuno che ci può accompagnare alla scoperta di ciò che è numinoso o dobbiamo farlo da soli?

“Numinoso” significa, a grandi linee, ammantato di mistero e sacralità. Per quanto mi riguarda non c’è niente di sacro. Riguardo al mistero, certo, un sacco di persone possono accompagnarci e guidarci nella scoperta di ciò che non conosciamo. Compagni e maestri sono fondamentali, purché siamo disposti a smettere di essere compagni, allievi, figli e bambini.

Cos’è per te la Bestia?

Non ne ho la più pallida idea. Sono sincero. Non ci ho mai trovato un senso a quel sogno, ma mi è rimasto in testa. È la cosa più vicina a un’esperienza mistica che io abbia mai provato e considerando che la bestia aveva in parte fattezze canine…

Le sue fattezze richiamano qualcosa?

Come dicevo nel raccontarlo, mi ricordava una versione canide di Cthulhu, ma caramellato.

Ripercorrendo i tre sogni, nella vita possiamo smarrirci non riconoscendo più ciò che era familiare, cadere e poi, nel buio, incontrare la nostra bestia mistica?

Dovrei chiederti la domanda di riserva visto che questa mi fa pensare alla scena dell’animale guida di “Fight Club”, vogliamo davvero chiudere l’intervista con un pinguino che grida “SCIVOLA!”?

Sarebbe carino…

Potrei risponderti che lo smarrimento è la condizione naturale dovuta all’eterno mutamento delle cose, è disorientante ma, allo stesso tempo, avvincente. D’altra parte se lo status quo non mutasse mai non ci sarebbero storie da raccontare e io, che cerco di scrivere, avrei fin troppo tempo per allenarmi nella corsa alla cirrosi epatica. Cadere fa parte del gioco. Da ragazzino andavo in skateboard, ero una pippa clamorosa e ho probabilmente passato più tempo col culo sull’asfalto che con i piedi sulla tavola. Chi è bravo inverte la proporzione. In questo senso forse le cadute aiutano a raggiungere il proprio lato “ferino”, a riconoscere quello che ti brucia nelle viscere, che ti fa ringhiare e sbavare come un cane idrofobo quando non ce la fai. Ecco forse in quel senso cadere, fallire, ti fa entrare in contatto con quella che hai definito la “bestia mistica” che potrebbe essere un’interpretazione di quella “vera volontà” di cui parlava Crowley che, non a caso, si faceva chiamare La Grande Bestia. Comunque a me sta cosa della bestia mistica continua a farmi tornare in mente la scena di “Fight Club” e forse c’è un senso in un pinguino che ti urla “SCIVOLA!”

Maikel ci lascia con Tori Amos, Raining Blood.

Questi sono i lavori di Maikel.

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