Intervista onirica #75 Sebastiano B. Brocchi

 

 

Sono i rischi del mestiere.

Gli chiedi di raccontarti un sogno e ne esce un quadro esoterico.

Intavoli una modesta intervista e ne esce un trattato di alchimia.

Rischi che si corrono volentieri, quando intervisti gli autori.

Sebastiano B.Brocchi!!!

 

 

Raccontaci dei tuoi sogni.

Cara Daisy, è un’ardua impresa farmi parlare di sogni…

Sono una persona dall’attività onirica piuttosto intensa, e non solo di notte (sono, come si suol dire, anche un grande sognatore “a occhi aperti”). Tuttavia, il più delle volte, dimentico al risveglio le immagini che mi hanno tenuto compagnia durante il sonno.

Ricordo solo pochi sogni o incubi ricorrenti che facevo da bambino e, in seguito, quelli che mi abbiano colpito maggiormente per la loro intensità emotiva o simbolica, o per la complessità della loro “trama”. Ma se, in genere, non amo raccontare neanche i pochi di cui mi resti un ricordo abbastanza nitido, è perché li percepisco come esperienze troppo intime e individuali per essere condivise. Mi sembrerebbe quasi di violare dei segreti che appartengono a quella sfera misteriosa e magica in cui ci è dato di penetrare in alcune occasioni speciali.

Ad ogni modo, poiché me lo chiedi, ti racconterò un frammento di sogno che feci da adolescente. Fu talmente strano, vivido e profondo che, al risveglio, decisi di farne un disegno per non fare svanire il ricordo di certi dettagli. Mi trovavo a camminare su un prato di montagna. L’ambientazione poteva richiamare i paesaggi di diverse vacanze estive della mia infanzia, luoghi come Zermatt o San Bernardino (Svizzera). A un certo punto m’imbattei in una tipica chiesetta che richiamava le architetture rurali di quei villaggi, una cappella di campagna dagli intonaci bianchi e il tetto a piode che, almeno esteriormente, sembrava in stato d’abbandono. La vera meraviglia mi attendeva all’interno, dove trovai le vestigia di un affresco medievale di cui potei ammirare un gran numero di dettagli. La prima impressione poteva essere quella di una normale pittura religiosa, legata alla vita di Sant Alberto Magno. Tuttavia, guardando con più attenzione, mi accorsi che si trattava di un affresco alchemico: il che rifletteva, oniricamente, il crescente interesse per l’Ars Regia che iniziavo a maturare in quegli anni. Vidi, infatti, diversi simboli chiaramente riferibili alla preparazione di un misterioso elisir. Il Santo del dipinto mostrava agli osservatori una sequenza di fiori, e l’essenza di quei fiori – insieme al sangue colato dalle ferite di un’altra figura, associabile al Cristo-Lapis, si riversava in un’ampolla coronata, deposta al suolo. Al di sotto dell’ampolla si apriva una sorta di voragine nel prato, entro la quale si poteva distinguere un fuoco sotterraneo. Alla scena assistevano anche un meditabondo leone che reggeva tra le zampe un libro, e una sorta di Bafometto che teneva in grembo una sfera, costituita da vari strati concentrici. La cosa che mi lasciò più basito fu l’assoluta originalità dell’affresco, nel senso che non si trattò di una semplice mescolanza onirica di opere d’arte viste in qualche libro, bensì un dipinto che vedevo per la prima volta e con una precisione che definirei fotografica.

Cosa è sacro per te?

Premetto che, malgrado tratti molto spesso l’argomento del sacro, non associo questo concetto all’ambito religioso. Fondamentalmente penso che quella del sacro sia una dimensione che a ognuno di noi sia dato cogliere nella profondità delle cose, e che la si possa rinvenire appunto in qualunque cosa, in qualunque momento. Dipende da noi, dalla predisposizione d’animo con cui ci accostiamo alla vita. Potremo coglierne solo l’aspetto “profano” fintantoché ci limiteremo a interagire con la forma superficiale, dimostrando indifferenza o considerando gli eventi come parti di una grigia routine. Nel momento in cui, al contrario, ci soffermiamo sull’essenza, sul significato, sul valore intrinseco, allora forse ci è possibile – anche solo per un attimo – far emergere la dimensione “sacra” di una persona, di un albero, un luogo, un oggetto, un pasto, un avvenimento… come attingendo acqua da un pozzo. Ecco, per me non è sacro quanto si trova tra le mura di un tempio. Sacro è ciò da cui riusciamo ad attingere nutrimento per l’anima.

Segreto è sinonimo di bugia?

Nel mio nuovo libro “Le Gesta di Nhalbar” ci sarà un lungo dialogo incentrato proprio su questo dubbio, e non sfocerà a una soluzione definitiva del dilemma. Da un lato sarei portato a risponderti che – al contrario di quanto suggerisca la domanda – il primo sinonimo di “segreto” a cui penserei è “verità”. Perché spesso solo il silenzio del segreto è capace di conservare le cose più autentiche. Le parole, il più delle volte, hanno il potere di limitare o corrompere le nostre verità, vincolandole nei cedevoli chiaroscuri di un linguaggio fin troppo spesso soggetto a malintesi e incomprensioni. Il rovescio della medaglia è il rischio di adagiarsi in questa consapevolezza e lasciar scivolare nel limbo di quel rassicurante silenzio molte cose che, invece, andrebbero condivise. I segreti che si accumulano possono allontanarci dalle persone, erigendo muri anziché tendere ponti di complicità e fiducia. Credo non esista una ricetta per dosare il dire e il non dire. Una persona dovrebbe fare ciò che sente, rendendosi conto però che ogni scelta avrà conseguenze diverse, ed essendo pronta perciò ad assumersi le responsabilità di tali scelte.

E veniamo a questo quadro onirico. Jung ha fatto una lettura psicoanalitica dell’Alchimia cui ha dedicato un intero volume. Qual è la trasformazione che ti sta coinvolgendo o che ti ha coinvolto?

Infatti, come giustamente suggerisci, l’aspetto che mi ha spinto ad approfondire la conoscenza dell’antica disciplina trasmutatoria è proprio quello metafisico e interiore. L’Alchimia vista come insieme di scritti e immagini simboliche che racchiudano un insegnamento capace di portare l’essere umano dal suo stato di “piombo” al suo stato di “oro”, dal “chaos” al “cosmos”. In questa via ho rinvenuto quello che amo definire un “alfabeto simbolico” in grado di dischiudere la comprensione di moltissimi misteri, che vanno dalle grandi domande dell’umanità fino all’interpretazione – finalmente più chiara e coerente – di gran parte del materiale mitologico e religioso prodotto da chi ci ha preceduto. Non si tratta però di un discorso puramente speculativo: l’Alchimia va anche praticata, e con ciò non intendo compiuta materialmente con fornelli e alambicchi, bensì sperimentata nel proprio percorso di perfezionamento individuale. Una metamorfosi della coscienza che permetta un nuovo sguardo su se stessi e la realtà.

Il quadro all’inizio sembra un normale affresco, ma si rivela molto di più. Scoprire cosa si nasconde oltre le apparenze fa parte di te?

È ciò che mi ha sempre motivato, come ricercatore e come essere umano. Il più delle volte basta dedicare semplice attenzione, concentrarsi su alcuni minuti dettagli, per scoprire chiavi di lettura straordinarie e capaci anche di ribaltare le nostre prime superficiali impressioni. Un po’ come nelle illusioni ottiche che amava disegnare Escher, è possibile osservare anche per lungo tempo un certo soggetto senza accorgersi della compresenza di soggetti e significati alternativi, più vasti, più profondi. Dipende sempre da quanto siamo pronti e disposti a vedere.

Fiori e sangue fluiscono in un’ampolla. Cosa fluisce armoniosamente nella tua vita e cosa no?

Anche se credo che non si finisca mai di crescere, migliorarsi e imparare, in questo momento mi sento quantomeno arrivato a percepire un flusso armonioso nella mia vita, una serenità alimentata da sentimenti costruttivi e dall’espressione creativa. Perciò, fortunatamente, sento di non potermi lamentare di alcuna particolare disarmonia. Questo non significa essere sempre allegri e in forma, ma accettare anche i momenti tristi, le delusioni o le sofferenze come parti integranti e irrinunciabili della vita, doni offerti dal nostro percorso per insegnarci qualcosa.

L’uomo evolve quando si scontra con la sofferenza. Cosa ne pensi?

Paragonando il percorso di ognuno a un’Odissea, ricordiamoci che ad ostacolare continuamente il procedere dell’eroe omerico fosse il Dio Poseidone, il quale, emblematicamente, veniva chiamato l’Enosigeo (lo “Scuotitore di terra”). Ecco, io vedo la sofferenza come l’elemento che interviene nelle nostre esistenze allo scopo di scuoterci, impedendoci di fermarci sulle piccole mete raggiunte ed esortandoci, al contrario, a riprendere le vie del “mare nostrum” verso nuovi lidi. Una stabile gioia priva di turbamenti – come quella sperimentata da Odisseo sull’isola di Ogigia – provocherebbe una sorta di “stasi” emotiva e spirituale, paragonabile a un lungo sonno. Il male, il dolore, la malattia, che molti di noi non accettano e non comprendono, sono le pietre d’inciampo che c’impongono dei cambiamenti, mentre “Il bene fa dimenticare chi c’è all’origine da chi proviene” (come cantano Le Orme ne “La solitudine di chi protegge il mondo”). Trovo che emblematico, in questo senso, sia anche il dialogo tra Yahweh e Satana riportato nel libro biblico di “Giobbe”. Satana suggerisce a Yahweh che sia facile, per un uomo come Giobbe, essere sereno e pio, poiché egli non ha mai avuto nulla che venisse a turbarlo o infastidirlo. Suggerisce quindi di temprarne lo spirito attraverso una serie di prove. Queste prove, che a un occhio superficiale potrebbero apparire come dei “mali” che colpiscono il povero Giobbe, costituiscono invece lo strumento che lo condurrà a una consapevolezza superiore: “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono”, dice infine l’uomo alla divinità.

Alla scena che hai descritto assiste un leone meditabondo. Per leggere il senso di ciò che ci accade abbiamo bisogno di un Osservatore esterno e non giudicante?

Sono assolutamente d’accordo, ma credo che la vera sfida cui ci invita il nostro cammino sia quella di diventare noi stessi quell’attento Osservatore. Non credo in una spiritualità che necessiti la presenza di altre persone. L’Alchimia è una liturgia in cui il singolo individuo deve farsi postulante e sacerdote, in cerca della scintilla divina che brilla nel suo tempio interiore. Bisogna imparare ad ascoltare e a fidarsi di quel Maestro che ci portiamo dentro, senza credere di dover cercare la verità presso chissà quale santone, prelato, setta o comunità. È una cosa che riguarda noi e il nostro cuore. Quindi sì, come giustamente suggerisci, il leone può benissimo simbolizzare quell’Io di natura superiore che si fa scrutatore vigile e guardiano del nostro procedere. Tra l’altro nel mio libro “Collina d’Oro segreta” spiego come, a mio modo di vedere, i santuari della mia regione siano stati eretti come riflesso terreno della costellazione Leo, e cerco di mettere in luce l’importanza di questo simbolo nella via alchemica.

Non è forse in questa veste profondamente simbolica e connessa alla divinità che si presenta anche il leone Aslan ne “Le Cronache di Narnia”?

E questo fuoco interrato, cosa ci suggerisce?

 “Interrato” mi fa pensare a qualcosa che sia stato volutamente sotterrato, preferirei dire “sotterraneo” poiché si tratta di un fuoco spontaneo, già presente nelle profondità della nostra terra-interiorità. L’Alchimista ha, al massimo, il compito di scavare per rinvenirlo, portarlo alla luce di una dimensione conscia. Quella Fiamma rappresenta l’energia divina increata, preesistente a tutto ed eterna, che costituisce la nostra essenza più celata. Il nostro nucleo immortale. È interessante che, sia Virgilio nell’Eneide che Dante nella sua Commedia, utilizzino l’emblematica frase: “Agnosco veteris vestigia flammae”, “Conosco i segni de l’antica fiamma”. Ecco, prendo a prestito queste parole pronunciate da Didone per dire che forse l’intera Opera alchemica non sia altro che una paziente ricerca dei segni con cui questa Fiamma si esprime nella creazione. Tolkien, altro grande conoscitore dell’Ars Regia, la chiamò Fiamma Imperitura o Fuoco Segreto, ma anche Fiamma di Anor (lieve deformazione dell’alchemica Fiamma di Athanor). Una delle prime tracce letterarie e mitologiche di questo Fuoco divino si trova nei Veda, nell’inno ad Agni, mentre l’Agnus dei Vangeli viene associato all’iscrizione I.N.R.I., il cui vero significato, secondo alcuni, sarebbe stato “Igne Natura Renovatur Integra”, Fiamma che rigenera la natura nella sua integrità.

 

 

 

 

Sebastiano ci lascia con Travie McCoy, Golden

Questo è il sito di Sebastiano dove trovate una presentazione di tutti i suoi lavori.

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