Intervista onirica #64 Andreas Hennen

 

I sogni sono trame, come dicevo giovedì scorso, e chi meglio di un autore può sognare tessendo storie?

Questa è una storia di fango, buio e solitudine con una piccola luce sul finale, che ci svela qualcosa di nuovo e non necessariamente rassicurante.

Andreas Hennen!

Raccontaci il tuo sogno.

Apro gli occhi in una notte scura, tanto tetra da non vedere in cielo stelle o luna. Solo cupi e discutibili striature di plumbeo grigio si muovono rapide, identificando le nubi disposte come coperta dell’empireo tutto. Qualche leggiadro fiocco di neve fluttua con timida incertezza fino al suolo, non li vedo ma ne percepisco il gelido bacio sulle labbra e sulla fronte. Mi sento come fossi stato abbandonato in un posto sconosciuto e senza il ben che minimo punto di riferimento. Penso cosa io possa fare, quale mossa o sotterfugio per aver salva la vita, ma tutto è tanto strano da annichilirmi. Il passo sotto i piedi scrocchia ed emette strani suoni, simili a quelli di quando si cammina nel fango fino al polpaccio. In quel morbido suolo inquietanti oggetti oppongono resistenza al mio peso, spostandosi in modo infido e sovente ghermendo i piedi in un non troppo piacevole abbraccio. Cado e mi schianto in quel terreno, sento l’aria venirmi negata, la gelida e collosa fanghiglia mi aderisce al viso, alle mani e ai vestiti. Cerco di rimuoverla e subito sento strani viscidi pezzi fibrosi con loro prossimi schegge dalle più svariate forme. Percepisco un forte dolore allo stomaco e mi tocco sotto il costato temendo di essermi ferito, ma nulla si può evincere in quel claustrofobico nulla infinito. Decido di attendere l’albeggio confidando sia lesto e rinvigorente. Mi ricolmo di pazienza e speranza sdraiandomi verso l’infinita serie di striature celesti, mentre non un solo suono si ode oltre al battito del mio cuore. Giunge il bagliore del nuovo dì e sospinge ove è il proprio posto il nero manto della notte. Ulula in lontananza il vento, spazzando con ira le nuvole e facendomi scorgere gli ultimi sfavillii delle stelle giocose. Le ombre si fanno rade e meno fitte, divenendo piccole e non poi tanto arroganti, ma le mie mani sono appiccicose e vermiglie come i vestiti e ogni altra cosa attorno a me, comprese piante e sterpi. Scorgo visi in quel fango, alcuni conosciuti e altri no. Noto il mio volto galleggiare con sguardo perso in quel loco disperato come fosse un naufrago nel mare e mi risveglio.

Nel sogno ti senti abbandonato in un luogo sconosciuto e senza punti di riferimento. È una situazione che hai già sperimentato?

A essere sincero non mi sono mai trovato in una situazione tanto ostile, fatte le debite proporzioni ovviamente. Sono fortunato, ho sempre avuto una famiglia presente e anche se spesso non concorde con le mie decisioni non ho mai subito la solitudine fisicamente. Quanto si avvicina più a quello che ho vissuto nel sogno è riscontrabile in sensazioni a me interiori, dovute alla mia insicurezza e paura di non riuscire, o nella sensazione iniziale dalla quale sono stato travolto quando ho deciso di intraprendere la scrittura del primo tomo della mia saga. Sono una persona molto rigida con sé stessa e avanzo sempre pretese al limite delle mie capacità. Ciò non è un tentativo perenne di mettermi alla prova, ma piuttosto un perpetuo non accontentarmi di quanto ottenuto, poiché tutto è migliorabile. Io necessito di potermi crogiolare nella certezza di aver fatto ogni cosa in mio potere per riuscire nell’intento prefisso. Non di meno sovente il mio volere è ininfluente sull’esito e dunque in fine mi posso concedere la certezza di non potermi rimproverare nulla. Questa specie di “ricerca del giusto agire” mi è propria al punto da avermi ispirato il carattere di uno dei personaggi principali del mio romanzo.

Nel sogno c’è del fango che blocca i tuoi movimenti. Cosa ti blocca nella vita?

Nella vita sono molto caparbio e metodico, raramente muovo un solo passo prima di aver valutato eventuali difficoltà, essendo perfettamente conscio di quali sono le mie possibilità. Certo i problemi accadono indipendentemente da noi e io come tutti ne sono soggetto! Posso presumere che il blocco avvenga quando ci si imbatta in ostilità superiori alla propria capacità di elaborazione, nel mio caso la prima citata paura di fallire sovente è un fastidioso fardello. Per fortuna ho una donna accanto, “forgiata” apposta per me, diciamo le cose come sono! Senza mia moglie tutto sarebbe molto più complesso e Trondheim Sagen neppure esisterebbe! Ella è il vento nelle vele del mio essere, grazie al quale con difficoltà mi areno. Avere un baluardo fisso accanto, capace di spronarmi ogni qual volta tutto appaia fosco, è una potente medicinale contro il timore o l’abbandono dei miei intenti.

Che rapporto hai con il tuo lato in ombra?

Mi piace il lato oscuro! E non solo perché grandi film ne anno reso immortale la memoria, ma per il semplice motivo che è attraente. Quanti di noi possono dire di essere rimasti indifferenti alla complessità caratteriale di certi “cattivi” della storia dei libri o del cinema? Credo fortemente sia presente in ogni uomo o donna un’ombra: in alcuni marginale e latente, in altri molto meno incorporea, ma in nessuno o quasi tale cupo angolo fa difetto. È quanto ci spinge ad ammirare con occhi luccicanti le azioni di un’entità malvagia, forse perché almeno nella finzione essa si comporta come noi stessi nella medesima situazione avremmo agito. Io coltivo il lato in ombra e lo sfogo scrivendo, inserendo ogni sua sfaccettatura in determinati personaggi. Amo la capacità di essere imprevedibile e lasciare sgomento un osservatore esterno. L’azzeramento della dicotomia bene-male permette di dare vita a reali entità assoggettate alle proprie brame, le quali agiscono in ogni direzione prive di remore, compiendo l’indicibile senza per questo venir corrose dai rimorsi. Generare attrattiva è importante quando si scrive e l’ombra attrae la curiosità degli uomini, affascinandoci da sempre, anche se al contempo ci intimorisce.

Cos’è il silenzio?

È un’assenza di suoni riconoscibili alle nostre orecchie, tuttavia non è il vuoto! Proprio il silenzio si fa carico di veicolare i sentimenti più intimi, esso ci concede l’esternare emozioni e turbamenti. Il silenzio permea la mente, circondandoci in determinati stati d’animo, pur essendo noi immersi nel caotico vivere dei nostri giorni. È merito di tale entità impalpabile se impariamo a conoscerci, basta prestare orecchio. Grazie all’assordante silenzio delle nostre coscienze possiamo permetterci il lusso di rivivere quanto fatto rivalutandone gli errori, anche se a molti di noi tale pratica sfugge come acqua tra le ossute dita di un anziano. Sfrutto sovente l’assenza di suoni per concedere tregua o far ponderare i personaggi del mio libro, è un intimo momento ove porto l’attenzione del lettore sull’introspezione, poiché sangue, acciaio e gloria non fanno soli una bella storia. Il silenzio è patos, tensione e non ultimo viene accostato al mistero, parola questa che sempre sollecita la curiosità di tutti noi. Talvolta il silenzio diviene arroganza e osa addirittura arrecare offesa, in altre situazioni si mostra caritatevole o pio; ma per quanto lo agghindi, ribalti e manipoli esso è sempre parte fondamentale di me e del mio modo di scrivere.

Quanto comunichiamo con le parole e quanto con il corpo?

Una percentuale non saprei indicarla, ma il linguaggio del corpo è certo una parte importante dell’interloquire. Molte persone sono capaci di comunicare tutti gli stati d’animo, per quanto mi riguarda maggiormente esterno tensione e nervosismo, ad esempio nel modo di muovere le mani in un determinato momento o con una certa frequenza. Preferisco l’uso delle parole per esprimermi, anche se a livello inconscio con tutta probabilità paleserò altri linguaggi, magari perfino sconosciuti ai miei occhi. Sfruttare la complessità del nostro bellissimo italiano è stato un punto cardine del mio operato, e mai ho ceduto a chi cercava di convincermi su quanto l’utilizzo di parole comuni, semplici, avrebbe giovato alla mia causa. La ricerca delle affascinanti forme arcaiche mi soddisfa a pieno, rendendo il parlato dei personaggi ancor meglio integrato, poiché Trondheim Sagen “Tumulto della terra” è ambientato in un’epoca similare al medioevo da noi conosciuto. È stato mio sovente diletto narrare anche con perizia il modo di muoversi dopo un’esclamazione, perché sono persuaso dell’efficacia evocativa di quanto con il corpo ci viene suggerito. L’immagine di un corpo minaccioso che si ricurva sulla propria preda, una spada sibilante, non per fendere ma al fine di essere prolungamento dell’indice, sono tutti modi per concedere la giusta attenzione al linguaggio silenzioso.

Cosa stai cercando?

Se fossi nel mio mondo e abitassi all’Ovest cercherei il Dio Denaro, se provenissi dal Sud bramerei la redenzione agli occhi dell’Unico Dio. L’Est ambisce a esser lasciato tranquillo, poiché già i suoi bei problemi li possiede. Ma il Nord tutto ti risponderebbe all’unisono Gloria e assunzione al Valhalla! Tuttavia essendo io semplice narratore cerco di farmi conoscere, per prestare a chi voglia concedermi fiducia una storia dai tratti vorticosi e imprevedibili, ricca di profondi significati. Il mio libro volutamente possiede più chiavi di lettura: può solo esser visto come storia epic fantasy, caratterizzata da grandi battaglie e vicissitudini fantastiche, peculiarità presenti per i sette libri dell’intera saga, o esser vissuta in una maniera più profonda. Tra le righe vi sono celati principi e concetti a me molto cari, pilastri imprescindibili sul giusto agire. L’utopia di un solo uomo? Forse! Sicuramente il tentativo di voler indicare il punto prospettico “dell’artista” e favorire la riflessione su alcuni argomenti per me importanti, quali la famiglia, la lealtà, l’amicizia e altri.

 

Andreas ci lascia con Wardruna, Hagal.

Questo è il romanzo di Andreas.

 

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