Intervista onirica #63 Sara Gavioli

 

I suoi sogni scappano.

Sì, a volte lo fanno.

Appena vedono la luce filtrare, si vanno a nascondere da qualche parte.

I sogni sono trame assurde che seguono un filo conduttore di notte in notte, dove portano lo sanno solo loro e il nostro inconscio.

Oggi seguiamo il sogno di Sara Gavioli.

 

 

Raccontaci la tue esperienza con i sogni.

 I miei sogni scappano.

Ci ho messo un bel po’ di tempo, da quando mi hai chiesto di raccontartene uno, perché al mattino me ne rimane solo l’impressione. Hanno trame complicate e sono sempre collegati tra loro: in effetti, io sogno una storia che prosegue. Non so da quanto.

E di cosa parla? Ecco, difficile dirlo. Sicuramente parla di mio padre, che ho perso circa due anni fa. Quella perdita è rimasta impressa nel mio immaginario e ne è diventata parte. La mente interpreta, quindi la notte ho a che fare con le responsabilità che mi sono piombate addosso di conseguenza. Però non si tratta di incubi.

Spesso mi trovo in una casa che è sempre uguale. Non esiste davvero, ma nei sogni la rivedo ogni volta. Ha delle mattonelle colorate, sul pavimento, che non credo di aver mai visto da sveglia. È grande, a due piani, con le scale di legno che scricchiolano e una soffitta buia piena di polvere. Quando dormo, quella è la casa di mio nonno. Lo so con la certezza dei sogni.

Il padre di mio padre viveva ad Augusta, un paese in provincia di Siracusa che è la mia città natale siciliana. Lì ha vissuto mio padre da bambino e da ragazzo. L’immagine della casa dei sogni viene da quell’appartamento, senza dubbio, e gli somiglia, ma non è proprio uguale. È piena di stanze, questa; a volte diventa un labirinto in cui cammino e cammino cercando qualcosa. Vi succede dentro un fatto diverso a ogni sogno. Può darsi che tra i corridoi, diventati lunghi e stretti, con sui muri una carta da parati a fiori sbiaditi, si sia persa mia madre, e allora devo cercarla per riportarla a casa nostra. Oppure sono le mie gatte a essere in pericolo. Si tratta sempre di qualcuno che mi è caro e che ha bisogno d’aiuto. Devo pensarci io, non c’è nessuno a poterlo fare, e dunque mi metto in cammino.

Non sono pieni d’ansia, questi sogni; io proseguo tranquilla, dentro questo luogo mutevole, sempre in penombra, sempre vuoto. Capita che le stanze siano piene di mobili mezzi distrutti, evidentemente vecchi, con le ragnatele che pendono. Ci trovo sedie a dondolo ed enormi librerie senza volumi. Mentre vago cercando chi si è perduto, provo per tutto ciò che vedo un grande affetto. Quando mi sveglio, mai spaventata ma certamente esausta per la ricerca, la casa dei sogni mi manca. Se esistesse, la comprerei e ci vivrei. E chissà, forse a quel punto riuscirei a trovare quel che cerco tra quelle mura.

 

Le case nei sogni spesso ci dicono qualcosa della nostra personalità. Cosa ci racconta questa casa di te?

 

Sì, penso che dica parecchio. Quell’aria un po’ spettrale, ma dolce, come se venisse da un ricordo, è proprio ciò che mi piace. Lo stile che ha la casa (quasi ottocentesco) ha un posto importante nella mia immaginazione. A ciò si aggiunge che evidentemente nessuno ci vive da un sacco: la vecchiaia, il passato, la memoria. Sono tutti temi che mi stanno a cuore. Potremmo dire che nelle immagini della casa c’è tutto ciò che conta per me. Lì mi sento a mio agio: sono da sola, ma la presenza di chi è venuto prima è presente e ha lasciato qualcosa da scoprire.

 

Che ruolo hanno i ricordi nella tua vita?

 

Direi che hanno un doppio valore. Da un lato sono preziosi: rappresentano un’idea in cui tendo a rifugiarmi. Dall’altro, forse proprio per questo, mi spaventano. Sto vivendo un momento molto particolare, nel quale ho deciso di mettermi alla prova come professionista. Sono andata a vivere da sola a Milano, scommettendo tutto su me stessa e sulla mia capacità di farcela. Il passato, adesso, è insieme un ideale a cui penso con malinconia e un’ombra che mi perseguita. Probabilmente non è semplice capire cosa intendo.

 

Siamo sempre alla ricerca di qualcosa?

 

Certo. Se non lo fossimo, vivere non avrebbe senso. Credo che tutti vivano questa ricerca come se fosse faticosa: desiderano vederla finire, no? Desiderano trovarlo, questo qualcosa. Eppure, è nella ricerca che troviamo significato. Spesso è dolorosa, però è fondamentale. Almeno, secondo me.

 

Nel tuo sogno sono citati tuo padre e tuo nonno. Che rapporto hai con il Maschile?

 

Non so se c’è davvero un significato in questo, o se sia soltanto un caso. Non ho mai conosciuto le mie nonne, quindi pensando ai genitori dei miei genitori penso ai nonni. Mio padre se n’è andato in un momento complicato, rendendo la sua morte piena di senso al di là del lutto. Insomma, è andata così.
Potrei dire che nella mia esperienza il sesso maschile non è necessariamente quello forte: per me, sono le donne a rimanere. Siamo noi a dover “mettere le cose a posto” e andare avanti. Quindi, sì, forse ho questa idea, ma viene più che altro da come le cose sono andate per me. Se ci pensi, nei sogni devo spesso soccorrere mia madre: dunque dubito si tratti di maschile o femminile. Mi trovo in un posto collegato a mio padre – che manca, con la sua presenza ma anche con il suo potersi prendere cura di tutto per me e per noi – e al passato – l’ambiente in cui viveva mio nonno.
Però è una domanda interessante e non ci avevo pensato. Dici che dovrei andare in analisi?

 

Io sono dell’idea che ognuno trovi gli strumenti più adatti a sciogliere i nodi della propria vita.

Rispetto al tuo lavoro, quanto entra o non entra l’eredità familiare?

 

Sono cresciuta in una casa piena di libri e i miei genitori sono sempre stati dei “lettori forti”. Da ragazzina mi avvicinavo agli scaffali pescando Dostoevskij, cosa che probabilmente ha avuto un’influenza su di me. Da bambina avevo sempre chi inventava storie per raccontarmele prima di dormire. Sì, sono convinta di aver ricevuto qualcosa dalla mia famiglia, in questo senso. Devo però dire che conosco molte persone provenienti da famiglie di non lettori che fanno il mio stesso mestiere. Non dipende soltanto da questo. Al massimo, c’è un nucleo che può venire incoraggiato; ma deve già esserci.

 

Nel sogno cammini, cerchi, ma non parli di stanchezza. Sei una persona tenace?

 

Molto, sì. Se non lo fossi, non potrei essere qui a risponderti. Sono ostinata e paziente: se mi metto in testa di farcela, basta darmi abbastanza tempo e ce la faccio. Almeno, lo spero. Per ora è andata così.

 

Per lavoro ti occupi dei testi che gli autori ti affidano. Quanto contano pazienza e tenacia nella scrittura?

 

Tantissimo. Provo a ripeterlo fino alla nausea: l’impegno e la pazienza sono gli ingredienti di base. Un autore dalla penna acerba può migliorare, se si impegna e persevera; un bravissimo autore che vuole tutto e subito non ha alcuna speranza. Sembra facile, eppure credo sia l’ostacolo più grande che gli aspiranti si trovano ad affrontare. Viene dato per scontato che, dopo aver scritto, i lettori si affolleranno per leggere, così come viene data per scontata la clemenza per eventuali errori dell’autore. Il mondo lì fuori, però, funziona a modo suo e bisogna imparare ad averci a che fare. Al di là della mera correzione, cerco ogni volta di lasciare a chi lavora con me un pizzico di consapevolezza in più. Serve, te lo assicuro. Serve più di tutto il resto ed è la base da cui partire.

 

 

Sara ci lascia con Mitski, Francis Forever.

 

 

Questo è il sito di Sara Gavioli.

 

Questa è la sua pagina Facebook.

 

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