Intervista onirica #57 Andrea Venturo

 

Ci siamo, questa è l’ultima puntata della rubrica… prima della pausa estiva!

Cosa vi credevate? Che vi lasciavo per sempre e non ci si sentiva più? Che il giovedì tornasse a essere per sempre quel giorno anonimo che precede il venerdì?

No, noi si tornerà, anche perché ho già cominciato a programmare le interviste per l’autunno.

Ma veniamo alla puntata odierna. L’ospite di oggi sogna il laboratorio, l’isola e la città. Sono posti che frequenta abitualmente, tre luoghi dell’anima.

Sta sempre cercando qualcosa, ma è passato ugualmente a parlarci della costante di planck e della velocità della luce: Andrea Venturo!!!

 

Raccontaci il tuo sogno.

Più che sogni sono luoghi ricorrenti, veri e propri “territori di sogno”, che nel corso degli anni si sono riproposti e sono come dei vecchi amici. C’è il laboratorio: a volte si presenta come un sotterraneo pieno di apparecchiature “strane”, una via di mezzo tra la plancia di comando del TARDIS e il CERN dove mi muovo in scioltezza. Mentre sogno quel luogo so sempre cosa sto facendo, cosa sto cercando (sto sempre cercando qualcosa) e una mattina mi sono svegliato gridando “E’ elementare! La costante di planck e la velocità della luce sono inversamente proporzionali, se diminuisce una aumenta l’altra” peccato che avevo dimenticato le lavagne di calcoli che avevo riempito, se no magari avevo trovato il modo per viaggiare più veloce della luce. A volte è un palazzo, con vari laboratori ad ogni piano e dentro ci ritrovo i soliti strumenti, le lavagne, le biblioteche, le sale per le riunioni. A volte è qualcosa di più strano. Però gli elementi sono sempre gli stessi, magari con qualche nuova aggiunta il cui funzionamento smette di essermi noto appena mi risveglio. C’è l’isola. L’isola è una specie di atollo con vulcano, laguna, caverne alcune delle quali collegate al magma incandescente sì-ma-freddo che ci puoi andare vicino e non ti bruci. Ci sono decine di animali, c’è il Drago (dorme e non vuol essere disturbato), la città sepolta nella jungla e la jungla ovviamente. Ogni volta che la sogno trovo qualche altro angoletto che la volta prima non c’era. La cosa divertente è che quando la sogno mi ricordo delle altre volte che ci sono stato, mentre al risveglio faccio fatica, come adesso, a ricordare qualche dettaglio preciso. Però è un luogo avventuroso, spesso minacciato e devo riuscire a proteggerlo. Infine c’è la città. La città appare di rado, ma so da dove viene. Quando arrivo nella città c’è sempre il sole al tramonto e il dettaglio che mi rimane da sveglio è la vista sui suoi tetti, come incendiati dal sole che rosseggia sull’orizzonte. Come per l’isola anche la città è piena di sorprese, come pure di “punti fermi” luoghi che non cambiano mai e sono sempre gli stessi (o meglio: la sensazione che ho è quella). Quando ho detto che so da dove proviene la città è perché la prima volta che l’ho sognata è stato dopo la lettura di Kadath, di H.P. Lovecraft. Mi piace pensare che sia proprio Providence nel Maine così come la sognava HPL. C’è pure una tecnica, appresa a diciannove anni, che quando la eseguo perbene mi permette di addormentarmi in pochi secondi e di “indirizzare” i sogni verso un tema preciso. Purtroppo negli ultimi cinque anni il sonno è diventato un optional: due bambini piccoli che non danno tregua (acqua, mamma, pipì, ho paura… ecc … ) e la sveglia definitiva avviene intorno alle 4 del mattino. Al che mi è venuta l’idea di scrivere in quelle ore che, di riffa o di raffa, sono sveglio e non posso far rumore o sveglio il resto della famiglia.

Sei una persona in ricerca? Se sì, di cosa?

 In “ricerca” direi di sì: tutta la mia vita è stato un continuo cercare. Da giovane cercavo di essere felice attraverso “conquiste” come un titolo di studio, una fidanzata, un lavoro, la casa… ma si trattava di cose effimere dettate dalla società, dalla famiglia di origine, da altri che non sono io. E basandomi su questi obiettivi mi sono procurato una lunga sfilza di delusioni e batoste che, a ripensarci, fanno ancora male. Come tutti anche io cerco di essere felice, solo che si tratta di un aspetto oggettivamente… soggettivo. Cosa mi rende felice? Sicuramente essere vivo: più di tutto sentire l’aria nei polmoni, i pensieri che si agitano nella mia mente, il cuore che batte… tutto ciò mi rende felice, ma non ho bisogno di cercare molto per trovarlo. Ci sono alcune… cose che invece vanno cercate e cercate bene, perché spesso fanno scappare e provocano altre reazioni. A me piacciono tanto le differenze. Quelle tra te e me, per dire, ma anche tra il modo in cui io sono consapevole di qualcosa e il modo in cui lo è un’altra persona. Quando le scopro cerco di farle mie, o meglio: di comprenderle e di vedere con gli occhi dell’altra persona, pur rimanendo della mia opinione, consapevole del fatto che sono due opinioni differenti e basta. Nessuna giusta o sbagliata, una che va bene per me e una che va bene per un’altra persona. Le differenze arricchiscono e, ma è una cosa piuttosto faticosa, comprendere appieno gli altri fa sentire proprio bene. E’ come scalare una montagna: ci sono ostacoli come condizionamenti, preconcetti, pregiudizi e via discorrendo da affrontare e lasciarsi alle spalle. Però, come quando arrivo in cima a una montagna, si ha una visione più ampia (e la vista è sempre da mozzare il fiato).

Walt Whitman scriveva: “Io mi contraddico, contengo moltitudini.” Cosa ne pensi?

 Wow! Whitman me lo fece conoscere uno zio che, tra le altre cose, aveva il pallino della letteratura americana. A ripensarci oggi era un amore ben strano: quello zio era un prete e un gesuita per giunta. Withman non aveva grande amore per la religione: riconosceva l’esistenza di un Dio, ma non considerava una religione migliore delle altre. D’altro canto era un Gesuita sui generis mio zio, che con Withman condivideva una visione ampia e priva di pregiudizi (ma infatti non era molto ben visto dai suoi confratelli). Di Withman ricordo ancora oggi una frase, pubblicata postuma (credo), dedicata ai cittadini dell’Unione “Se non abolite la schiavitù sarà lei ad abolire voi”, aveva ragione ovviamente. Della frase con cui mi hai risvegliato il ricordo: è un po’ il manifesto di una persona che, nell’arco della sua vita, ha cercato l’altro e ne ha preso le idee comprendendole invece di rigettarle. Ci si ritrova con una moltitudine dentro e con la necessità di invocare su di sé il diritto di cambiare idea. D’altro canto: chi non cambia mai idea è perché, probabilmente, ha un’idea soltanto.

 Nel tuo sogno compaiono dei laboratori. Sei una persona che costruisce o che analizza? Hai il dono della sintesi o dell’analisi? O tutti e due?

 Sono sicuro di non aver mai posseduto doti innate al riguardo, perché mi considero sempre parecchio prolisso e poco attento. Però… mi piace moltissimo sia la costruzione di qualcosa (dai modellini di aerei alle storie che poi racconto anche ai pargoli), sia mettermi ad ascoltare la musica e riscriverne (anche se in modo approssimativo) le varie partiture degli strumenti che riesco a individuare. Ascoltare la musica e comprendere i vari temi proposti dagli strumenti utilizzati nel brano è uno spasso. Specie se la musica in sé non mi piace e mi tocca sorbirla senza poter sbadigliare. Alla fine me ne esco con “alla quarta battuta del secondo ritornello c’era un passaggio in chiave minore che ho trovato molto innovativo, complimenti!” e tutt’intorno senti commenti tipo “oh, se ne intende!” mentre magari il musicista di turno mi invita a parlare così come mangio. Smontare le cose mi è sempre piaciuto, fin da piccolo (e infatti non ho giocattoli che sono sopravvissuti alla mia infanzia) come pure riutilizzare quei pezzi per costruire qualcosa di nuovo: col piatto di un giradischi, l’alternatore di una macchina e una manovella, il tutto condito con led, cinghia di gomma e qualche altro circuito misi insieme un generatore col quale produrre energia elettrica in corrente Continua o Alternata a patto di continuare a girare la manovella. Alla commissione di maturità piacque parecchio, anche perché ero in grado di spiegare, formule alla mano, come funzionava. Adesso metto insieme i pezzi presi leggendo qua e là e poi li infilo in una storia. Pezzi diversi, ma la logica è la stessa.

Cosa bolle dentro di te senza trasparire all’esterno?

La mia voglia di sognare. Almeno finché non si legge qualcosa di mio, poi si capisce anche quella.

Per sognare bisogna essere soli?

Fino al giorno in cui ho chiesto a mia moglie di sposarmi pensavo di sì. Invece si può sognare anche in due… e pure in quattro (e tra un po’ in cinque… forse), basta sapersi organizzare.

Come ti rapporti all’imprevisto?

E siccome mi hai fatto una domanda cortissima ti tocca una risposta inversamente proporzionale. Che con tutta l’organizzazione che io e mia moglie mettiamo dietro ad ogni impresa in cui ci imbarchiamo, di imprevisti ne capitano pochi. Però quando capitano… l’anno scorso ci siamo organizzati un viaggio in Norvegia. Ventidue giorni tra fiordi, boschi, ghiaccio e chiesette di legno. All’arrivo a Oslo scopriamo che dobbiamo portare noi i bagagli all’imbarco per l’aereo diretto a Bergen, peccato che a causa di un ritardo avevamo appena 10 minuti di tempo. Considera che eravamo in 4: una pupa di 3anni e mezzo e un pupino di 1 e mezzo. Le scelte offerte dalla hostess di terra erano 1) pagare per un altro volo 2) farsela in treno, in auto (a nolo) o a piedi (esempio di humour norvegese) 3) Tornare in Italia anticipando il volo di ritorno. Mentre ne parliamo becchiamo allo sportello accanto una turista italiana inca… molto alterata e col nostro stesso problema, ascoltiamo lo sfogo in inglese dal sano accento italiano, e recepita la sfuriata della tipa, mia moglie replica alla hostess: “Ok, but if the flight did not delay we would take the plane just in time” Lei fa una smorfia, ma comprende correttamente: “Yes I know Fiumicino Aeroporto is our curse. Sorry for the trouble, I will change your ticket… ” e da dietro si alza la ola di marito e figli con applauso finale. Ed è stato solo l’inizio. A metà viaggio (24 giorni in totale) si rompe la macchina nel bel mezzo di un altopiano innevato, dove i cellulari non prendono. Dopo quella volta la macchina si è rotta altre due volte, ma sono riuscito a ripararla da solo dopo aver visto cosa ha sistemato il meccanico la prima volta. Ultima: alla fine del viaggio concludiamo l’itinerario con 3 giorni di anticipo, decidiamo di allungare e andiamo in una zona che ai norvegesi piace tanto. Gli piaceva talmente tanto che erano tutti là, non c’era neanche un albergo libero. Alla fine lo troviamo, ma 120km più oltre e dopo oltre cinque ore passate a cercare e telefonare. In teoria avremmo anche potuto dormire in macchina, ma sarebbe stato scomodo.

Quindi mi sembra di capire che tu abbia una buona predisposizione al superamento delle difficoltà. Sei una persona ‘elastica’?

Si e no. Ad essere onesti nella vita di tutti i giorni sono molto legato alla mia “zona di comfort” dalla quale sono parecchio restio ad uscire. Il punto è che questa è bella ampia e mi trovo a mio agio in situazioni che altri troverebbero molto stressanti… tipo il pupino che si sveglia tutte le notti alle 3, i fine-settimana a passeggiare su per i monti (tutta la famiglia), volare in ufficio la mattina per arrivare in orario calcolando al volo l’itinerario più breve (W google maps!) o tenere a mente il contenuto del frigo per fare un po’ di spesa prima di tornare a casa (o trasmettere la lista a mia moglie e ci pensa lei). In tutto questo ci sono i pupi che non ti permettono mai di abbassare la guardia, tranne quando sei sicuro che dormono. Stamattina il più piccolo si è arrampicato sul caminetto per giocare col NAS e il router: gli piacevano le lucine… aldilà delle oltre 100.000 foto immagazzinate sui suoi dischi, la sfida è stata spiegare, senza scatenare la rabbia che minacciava di travolgerci tutti e due, il rischio di precipitare a terra e farsi molto male a causa del peso del NAS che avrebbe trascinato nella caduta. Per ora il NAS è salvo… ma penso che da stasera dovrò trovargli un altro posto. Insomma se sono proprio costretto mi adatto a velocità record, ma se posso evitare prevenendo e programmando lo faccio volentieri.

Andrea ci lascia con Final Fantasy.

 

Questi sono i lavori di Andrea.

Razziatori di Etsiqaar sarà presto disponibile nella sua nuova versione.

 

Qui invece trovate i suoi racconti su Wattpad.

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