Intervista onirica #42 Fabio Larcher

I don't sleep, I dream

 

Intervistando gli autori in questo ultimo anno mi è capitato spesso.

Gli autori non dormono, gli autori tessono trame per un romanzo o sceneggiature per un film. Insomma, lavorano anche quando fanno la ninna.

L’ospite di oggi non fa eccezione e i giganti dalla pelle blu, concentrati di violenza e rabbia, sembrano usciti da un racconto. E chissà se le musiche che compone escono o no dal mondo onirico…ho scordato di chiederlo!

Vabbè, entrate nel suo sogno, leggetevi l’intervista e ascoltatevi le sue composizioni (le trovate alla fine dell’intervista).

Fabio Larcher!!!

 

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Raccontaci il tuo sogno.

Mi trovavo nella palestra della scuola, insieme ai miei compagnipalestra scuola. In quell’ambiente enorme, che puzzava di sudore e disinfettante, di gomma e polvere, dieci ragazzi aspettavano di conoscere i risultati del loro ultimo compito in classe. C’era un’enorme ragnatela che penzolava dal soffitto, illuminata dalla luce che penetrava attraverso gli abbaini. All’improvviso arrivò l’insegnante di educazione fisica. Lo guardammo atterriti mentre egli si sedeva a una piccola cattedra, salutandoci con un sorriso stampato sulla faccia rossa e butterata. I suoi occhietti brillarono dietro le lenti rotonde degli occhiali. Dopo un breve appello avvenne la consegna degli elaborati. Sapevo di aver preso un pessimo voto. Mi feci coraggio e guardai il foglio: bocciato. Digrignai i denti, bestemmiai, fece gesti osceni all’indirizzo del professore – che, nel frattempo, tutto soddisfatto, se ne stava andando via. All’improvviso dalla porta entrò un gigante blu. La sua statura superava i tre metri e il suo corpo atletico era fasciato di muscoli guizzanti. La sua pelle blu era completamente glabra. Il suo volto mostrava un ghigno formato da denti appuntiti. Sopra la testa portava un copricapo d’oro, simile a un vaso. Sopra questo poggiava un vaso più piccolo, rovesciato. Completava il tutto un’asticciola infilata in una rondella dentata. Il gigante era completamente nudo e aveva un fascinum spropositato ed eretto fra le cosce muscolose. I ragazzi non osavano fiatare. Non si mossero. Non fecero nulla, neppure quando il mostro afferrò la ragazza più carina della classe e la violentò a morte sotto i loro occhi. Mi alzai irritato, spaventato, nauseato. Mi sentivo in colpa, come se il delitto al quale avevo assistito impotente lo avessi commesso io. Non riuscivo a capire perché. Ma non c’era tempo per le risposte: altri giganti blu stavano entrando nella palestra, identici al primo, con lo stesso copricapo, lo stesso ghigno, lo stesso fascinum e lo stesso incedere tranquillo. All’improvviso i compagni cominciarono a picchiarsi, strapparsi i capelli, bucarsi con siringhe uscite da chissà dove. La palestra diventò un inferno nel giro di pochi secondi. Arrivò nuova gente e tutti insieme si diedero all’orgiagiganti. E più gente impazziva e si abbandonava al disordine, più giganti blu entravano nella palestra. E più giganti blu comparivano, più gente si abbandonava alla furia carnevalesca. In un’escalation inarrestabile. Io sembravo l’unico a non essere toccato dalla follia. Provai smarrimento e rimasi incerto di fronte allo spettacolo disgustoso; ma sapevo di non poter perdere tempo: i giganti blu si erano accorti che apparivo immune al loro malefico influsso e mostravano un’espressione delusa, che non preludeva a nulla di buono. Decisi di andarmene, di fuggire in un posto sicuro, lontano, il più lontano possibile. E continuavo a provare un rimorso dilaniante, perché mi rendevo conto che era stata la mia ira per l’esame a scatenare il turbine di orrore e violenza. Mi lasciai il frastuono alle spalle. La città scomparve prestissimo di fronte ai miei passi; ma era troppo presto per sentirsi al sicuro. La notte era gelida e tersa e i lampioni luccicavano freddamente. C’era un incredibile via-vai di automobili. Io camminavo stancamente, stringendomi nel paletot liso; mi sentivo sempre più stanco e dubitavo di raggiungere la casa dei miei genitori – e la salvezza –; ma all’improvviso alzai gli occhi dall’asfalto e mi resi conto di essere a cento metri dalla meta e provai una gioia e una leggerezza intere e appaganti. La stanchezza cadde dalle mie membra e feci un passo verso la casa. Alle mie spalle risuonò un clacson poderoso, simile a un irresistibile richiamo, che mi costrinse a voltarmi. E così vidi ciò che mai avrei voluto: un autobus rosso sangue, a due piani, gremito di giganti blu che mi salutavano ghignando dal finestrino. Mi mancò il respiro. Mi sentii perduto. Un’automobile si fermò proprio accanto a me. Dal cristallo abbassato si affacciò il volto del professore di scienze. Che inatteso colpo di fortuna! Corsi verso il mio salvatore. «Professore, presto, mi aiuti!» «Cosa c’è?» chiese questi, in tono preoccupato. «Quei giganti blu, li vede? Mi stanno inseguendo, mi vogliono prendere.» «Sali, sali, fa’ presto!» Andai all’altra portiera, salii in vettura e mi ci chiusi accuratamente dentro. Il professore mi esortò: «Raccontami tutto». «Stavo facendo lezione, quando all’improvviso sono apparse quelle creature e hanno messo tutto a soqquadro. Io sono fuggito, ma quelli mi hanno seguito fin qui e…» A questo punto il professore di scienze sorrise e io vidi che i suoi denti erano appuntiti e compresi che anch’egli era uno dei giganti blu.

Che rapporto hai con il tuo corpo?

Il mio corpo? è un limite. Lo è sempre stato. Ma, d’altro canto, è anche ciò che mi definisce e che mi fa essere quello che sono. O forse non ho capito la domanda. Se mi stai chiedendo: ti piaci? no, non mi sono mai piaciuto. Avresti voluto essere più alto? certo! Più attraente? Ovvio.

Come ti rapporti ai limiti?fortezza fantasy

I limiti mi infastidiscono, ma, allo stesso tempo, li trovo rassicuranti. Credo che i limiti esistano per una buona ragione. Oggi vanno di moda i muri. Ecco i muri sono una buona metafora di ciò che intendo: essi escludono dalla tua vita un sacco di cose, però proteggono le cose essenziali, per te, proteggono quello che, per te, è vitale, dall’urto violento con il mondo oscuro del sacro (cioè tutto quello che esula dalla tua fortezza). I limiti sono anche una sfida stuzzicante per l’ingegno: la metrica ti obbliga a trovare soluzioni linguistiche fantasiose e interessanti, ti costringe a dire ciò che hai da dire in modo non banale. I limiti, insomma, sono qualcosa che appartiene al mondo del sacro; non sono né positivi né negativi; sono necessari; ed è necessario superarli senza distruggerli… anche se è un’operazione difficilissima. Del resto dove starebbe il divertimento, sennò?

E della trasgressione cosa ci racconti?no limits

Correrò (di nuovo) il rischio di dire qualcosa di banale. Come insegnano i miti, e come (oziosamente) ripetono gli scienziati, senza la trasgressione non può esistere la conoscenza. Basta pensare al mito di Adamo ed Eva o a quello di Prometeo. E non solo la conoscenza di tipo “tecnico” (i segreti della Natura), ma anche e soprattutto la conoscenza di sé, cioè la coscienza. Va, però, detto che una trasgressione incontrollata e sistematica, eretta a sistema ideologico, può portare in un’unica direzione: il caos, la violenza endemica. Quindi: se un figlio non trasgredisse mai i limiti imposti dai padri, probabilmente, resterebbe un uomo dimidiato, non concluso; ma si trasgredisce quel tanto che basta all’affermazione di sé rispetto a una data situazione. La trasgressione comporta dolore. Per se stessi, in primo luogo. Ma anche per gli altri. Si tratta di capire se si è disposti, per conoscere e per conoscersi, a farsi carico del fardello del dolore di chi amiamo.

E tu sei disposto a correre questo rischio?

Dio, che domanda complicata. Penso si debba essere dei raffinati diplomatici bizantini, in modo da arrivare alla conoscenza senza creare troppi traumi e troppo dolore. Fermo restando che soffrire e far soffrire, anche con tutta la buona volontà, fa parte del gioco. Intendo dire che è inevitabile.

Nel sogno riconosci che i giganti blu sono scaturiti dalla tua rabbia. Il sogno l’hai fatto quando eri ragazzino. Oggi quali sono i tuoi demoni?etica

Be’, il sogno è abbastanza limpido: la “rabbia” era un pretesto per la sacra rappresentazione delle catastrofi che avvengono, se si perde il controllo di sé. Era il riflesso, se vogliamo, del mondo in cui quel ragazzo fu educato. Oggi viviamo in un contesto diverso (che mi piace immensamente meno, rispetto al precedente), nel quale non è possibile un modello di etica condivisa; anzi, la vecchia etica viene demonizzata in tutte le forme, a favore di un neo-moralismo nel quale non mi so rispecchiare. Perciò le mie paure, le mie frustrazioni, i miei “giganti blu” appartengono tutti all’ambito del “sociale” e della paranoia: come farò a proteggere mio figlio dalla società; come impedirò che lo stato mi porti via quel poco che ho. Cose così. Però, se vuoi, si potrebbe dire anche che i demoni di ieri, i giganti blu, sono diventati gli “angeli” di oggi: guai rifiutarli! guai tentare di ricacciarli oltre il muro del sonno.

Nel sogno compaiono due insegnanti. Che rapporto hai con l’autorità?

Problematica.autorità Non so rinunciare all’uso della testa, nelle questioni che mi coinvolgono direttamente, e, in genere, la subisco mal volentieri, quando mostra il suo volto arcigno e indiscutibile. Viceversa, quando l’autorità si presenta nella forma “bonaria” di chi ha “autorità” (in senso etimologico) tendo a rispettarla molto. Però il sogno parla chiaro: anche la forma bonaria dell’autorità cela il pericolo che essa si trasformi in ciò che essa è, sotto tutte le sovrastrutture: una forma di violenza, un’emanazione (utile? necessaria?) dei giganti blu.

Hai appena detto di non saper rinunciare all’uso della testa. Sposto leggermente il tema e ti chiedo: mente o emozioni? Da cosa ti senti dominato?

Non vedo tutta questa differenza. Le emozioni (paura, gioia, dolore…) sono la causa di tutte le razionalizzazioni. Se non soffrissi o non amassi, se non provassi rabbia, da cosa dovrei trarre lo stimolo per superare (anche solo nella fantasia) uno stato in cui mi trovo? Perché dovrei pensare, se non provassi emozioni? Come dicevano i tomisti? Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu.

Quindi la mente diventa il tuo modo per trasformare le emozioni? Anche la scrittura svolge la stessa funzione?creativita-e-razionalita

Credo di poter dire di sì. Anche se nella scrittura entrano in gioco fattori “tecnici” e “artistici”, alla fin fine è una forma di comunicazione (proprio come i sogni) che si rivolge all’emozione e nasce dal desiderio di fissare dei simboli che veicolino le emozioni di chi scrive verso coloro che leggono. La scrittura serve a condividere cose che mi stanno a cuore. Molto a cuore. E delle quali, magari, non sono neppure razionalmente consapevole.

Regalaci qualcosa che ti sta a cuore.

L’amore per mio figlio e per mia moglie. È la cosa più cara che ho.

 

Fabio ci lascia con alcune musiche da lui composte.

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Questi sono i lavori di Fabio.

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Questi sono i romanzi che usciranno quest’anno!

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