Intervista onirica #31 Jordan River

Il mio ospite scrive, scrive ovunque, su qualsiasi superficie “scrivibile”. E legge, inghiotte parole scritte.

In questa intervista vola, ma non a caso. Vola con uno stile preciso, non come Superman, ma come Iron Man e Peter Pan.

Del volo apprezza tutto, le impennate come le discese.

Ci ha parlato del suo rapporto con i luoghi chiusi, sia mentalmente che fisicamente,  e dei limiti.

Ci lascia un’interessante punto di vista sulla caduta.

E’ volato qui e mi ha lasciato un sogno:

Jordan River!!!

Raccontaci il tuo sogno.

Il sogno che mi ha dato le più belle sensazioni è stato quello di volare. Nello specifico, mi ritrovo su un prato verde, di un verde intenso e erba alta al ginocchio. Irlanda? Scozia? Per prendere il volo, faccio un terzo tempo, quindi due passi e al terzo mi sollevo. Volo più come Peter Pan o Iron Man, come stile, non come Superman, per capirci. Volo anche piuttosto veloce, alternando numerose cabrate a picchiate e voli radenti sui prati, per poi infilarmi come uno sconsiderato in una foresta, dove do il meglio nel volo tra gli alberi. Foresta di conifere. Canada, forse. Dalle rocce sembrano le Montagne Rocciose, no Dolomiti no Tibet. Poi mi sollevo in una cabrata strettissima, che mi porta in alto, alto al punto che vedo le stelle oltre le nubi. Poi mi volto come si fa in acqua per lasciare la superficie e lanciarsi verso il fondo. Inizio quindi una picchiata, sento il vento fischiare nelle orecchie, una sensazione che ho sempre amato quando facevo corsa veloce in gioventù. Punto direttamente ad un oceano, incurante dell’impatto. Mi ci tuffo dentro a una velocità sconsiderata (tipo Balle Spaziali) e lì… mi sveglio. La sensazione di serenità che ho provato al risveglio non l’ho mai più provata nel tempo. E ricordo chiaramente solo TRE volte nelle quali ho sognato di volare.

Che cos’è per te la leggerezza?

La leggerezzaleggerezza. Innanzitutto fa parte di quelle parole che mi piacciono. Presente? Ci sono parole che sono importanti non solo per il significato, ma anche per il suono. Le pronunci… e senti che sono proprio quello che sono. La leggerezza mi fa chiudere gli occhi e mi dona serenità: nella parola stessa è intrinseco il suo concetto, il suo Vero Nome. Vivo un periodo non facile, la leggerezza mi manca. Ma quando scrivo… ah, lì le mani volano sulla tastiera. Leggere.

Questo tuo volo fatto di salite, di discese in picchiata e di voli radenti, ha a che vedere con il tuo modo di scrivere o con qualche movimento della tua vita?

Probabilmente con la mia vita, riflettendoci. Momenti di alti e bassi, forse vissuti con troppa intensità. Ma l’immaturità e l’inesperienza chiedono sempre il loro prezzo, no? Tuttavia, credo che tra gli aspetti che più mi piacciono, al di là della sensazione benefica del volo in sè, il volare radente alle superfici sia la cosa più divertente. Vedersi scorrere davanti agli occhi tutto è affascinante, per poi virare e trovare nuovi orizzonti. Se dovessi pensare a un rapace, non sarei un rapace da volo librato, come le grandi aquile. Forse più uno da volo battuto, come il gheppio. La mia scrittura è un volo radente, rapido e difficilmente torno indietro. I suoi alti e bassi dipendono solo dal mio ambiente esterno. Potessi, scriverei sempre. Comunque.

Come gestisci gli “ambienti chiusi”?

Dipende dalla loro grandezza. Se sono chiuso in una bara sotto terra, credo lo gestirei molto molto male. In realtà non mi darebbe fastidio l’ambiente ridotto, ma l’impossibilità di muovermi. L’impotenza ad agire è una delle cose che mal sopporto. Stare con le mani in mano non mi piace. Figuriamoci in tasca. Ma se mi trovo in un ambiente chiuso dove posso muovermi, faccio tesoro dei libri e dei film che ho letto. Dieci Piccoli Indiani, Alien… quando entro in un ambiente, la prima cosa che cerco sono le “vie di fuga”. Paranoia è bello, dico sempre. Aiuta a sopravvivere. Perché c’è chi ti dice “paranoico” e io gli rispondo “estote parati”: siate pronti.

E con gli ambienti chiusi mentalmente cosa succede?

Il paradosso. Al tempo stesso mi sento rassicurato e preoccupato. Uno spazio chiuso è un ambiente controllabile, pertanto ai miei occhi sicuro e confortevole. Ma è anche un ambiente limitato. Se non è abbastanza grande da soddisfare la mia necessità di movimento, diventa un problema. Mentalmente cerco il modo di uscirne o renderlo meno angusto. Al tempo stesso mi rendo conto che l’ambiente chiuso è psicologicamente un luogo di stimolo come pochi altri. A volte trovo più appagante una piccola stanza spartana che un grande spazio aperto, per quanto naturale come possa essere una pianura, una montagna o una spiaggia marittima. L’ambiente chiuso per me è come una fiamma per la falena: ci si brucerà dentro, ma ci va a finire dentro comunque.

Come ti rapporti ai limiti?

Con consapevolezza, spero. Girano molti luoghilimiti comuni sui limiti; fatti per essere superati, non ci vengono dati limiti che non possano essere superati e via dicendo. Io personalmente li vivo come un qualcosa da oltrepassare. Ma quando ho fatto di tutto per superarli senza riuscirci, se mi rendo conto che non è possibile farlo, non mi ci incaponisco. Capiamoci bene: ci sono cose per le quali vale la pena impegnarsi sempre, come i principi universali dell’uomo, imprescindibili. Ma ci sono cose per le quali impegnarsi oltre il limite fa più male che bene. A noi, soprattutto. Perché sprechiamo energie e tempo preziosi su un fronte che non supereremo mai. Magari negligendo cose più importanti che, magari con una frazione minima di tale sforzo, potrebbero risultare più soddisfacenti ed utili non solo per noi, ma per chi ci sta vicino.

Hai detto di aver sognato solo tre volte di volare. Cosa è successo solo tre volte nella tua vita, a parte questo?

Una domanda difficile, almeno nel mio caso. Purtroppo ho una memoria che fa acqua da tutte le parti. Ovvero, ricordo più o meno tutto, ma non sono così analitico. Almeno non sempre. Trovare simili unicità nella mia vita è davvero difficile. Persino certi errori li ripeto ben più di tre volte, per quanto mi impegni a tentare di non rifarli. Li rifaccio, con delle variazioni sul tema principale, giusto per essere originale. Riflettendoci, penso di non riuscirci perché trovo difficile vivere di assoluti. Non sentendomi al centro di qualcosa, ma immerso in un sistema complesso, penso che anche le mie esperienze per quanto volontarie risentano dell’influenza di elementi terzi ed esterni. Non in senso deresponsabilizzante, si chiaro. Tuttavia, riallacciandomi ai limiti di cui sopra abbiamo parlato, ci sono cose che non farò mai per evidenti limiti invalicabili. Spero di non aver deluso l’aspettativa, ma proprio non riesco a farmi venire in mente qualcosa che sia accaduto solo tre volte nella mia vita.

Nel sogno nomini una serie di luoghi. Ti piace viaggiare fisicamente oltre che con la fantasia?viaggiare

Non ho più la libertà di un tempo, per così dire. Ma ho girato parecchio. Prevalentemente territorio nazionale, con qualche puntata all’estero per visitare qualche capitale europea e un viaggio oltreoceano per un luogo che ora si definirebbe esotico, io lo definirei solo un piccolo angolo di paradiso che si girava in 15 minuti con calma. Senza scendere nei particolari, diciamo che mi divido equamente tra mare e monti, tra luoghi di svago e luoghi di cultura, tra città e luoghi agresti. Resto con la voglia di girare ancora in luoghi che non ho ancora visitato ma nei quali ho scoperto vivere gente interessante e simpatica. Si sa, avere un aggancio aiuta sempre a trovare i luoghi migliori da visitare e da vivere. Magari un giorno riuscirò ad andarci.

Che rapporto hai con la caduta, metafora dell’insuccesso?

cadutaRispondo con una citazione da un film piuttosto duro, La Haine di Mathieu Kassovitz: ” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.” La caduta in sé è un momento di consapevolezza profonda, che non coincide ancora con l’insuccesso. E’ ancora qualcosa in fieri, un momento che andrebbe sfruttato per fare in modo di non arrivare all’atterraggio, metafora dell’insuccesso vero e proprio. Per quel che vale, anche la caduta è un volo…

 

 

 

 

 

Jordan ci lascia con Tom Day, Who We Want to be.

Questo è il nuovo romanzo di Jordan!

2 Comments

  1. Al solito Daisy propone domande accattivanti, in questo caso mi ha fatto molto piacere entrare nella mente di questo appena conosciuto Autore!

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